9 agosto: da Desenzano ad Opatija

Sabato mattina, alle 7.05, il treno per Venezia Mestre ci aspetta, e là prendiamo la coincidenza per Trieste. La banchina di sosta sembra pienissima, ma in realtà non ci sono problemi per prendere il posto. Nel capoluogo friulano rimaniamo circa 1h30m, per attendere la coincidenza per Opatija; facciamo il biglietto in un posto davvero bruttissimo, dove già quasi tutti parlano in Croato, e ne approfittiamo per un panino, la nostra colazione in ritardo.
La stazione degli autobus della SAF è qualcosa di veramente osceno: è al chiuso, e sembra una galleria di qualche quartiere degradato del napoletano. Consegnamo i nostri bagagli all'autista affinché li sistemi negli appositi scompartimenti, e con sorpresa ci viene richiesto un supplemento di €1,5 per collo!
Finalmente partiamo, abbandoniamo Trieste ma, dopo circa cinque chilometri, già ci fermiamo: una immensa, immobile, interminabile coda di vetture, corriere di altre ditte, camion, gente oramai scesa con aria rassegnata ci si para dinnanzi, subito dopo una curva. Così sarà per tutto il viaggio, che sembra davvero eterno.
Pian pianino, raggiungiamo il primo confine: è quello tra l'Italia e la Slovenia (Republika Slovenija); al solito, la Polizia di Stato italiana ci lascia andare senza quasi neppure controllarci i documenti, mentre quella slovena, in divisa grigio militare, controlla minuziosamente tutto, confrontando con una certa attenzione la foto della carta di identità con il viso di chi gliela porge. Ad un certo punto, una signora viene invitata a scendere dalla corriera per accertamenti, in quanto, forse, il passaporto è scaduto ed il foglio di accompagnamento supplementare non è sufficiente. Rimaniamo in attesa per circa mezz'ora, e finalmente, con il solito "tanto rumore per nulla", si può ripartire. Evidentemente, gli sloveni ci tengono a mostrare il volto rigido di chi vuole a tutti i costi entrare nella Comunità Europea, e dunque controllano attentamente il proprio flusso di visitatori…
Il nostro viaggio procede, sempre a rilento e nel gelo dell'aria condizionata sparata a manetta, e, svariate ore più tardi, dopo aver superato anche la frontiera tra Slovenia e Croazia (Republika Hrvatska), arriviamo in prossimità dell'incrocio che a destra ci porta verso Opatija; a sorpresa, invece, l'autista, senza proferire verbo, tira dritto, e ci porta prima a Rijeka. Le proteste generali non servono a nulla e così accumuliamo ritardo su ritardo. Arriveremo ad Opatija solo attorno alle 19, anziché alle 14.30 come previsto.
A quell'ora, cercare un alloggio non è certo facile! Il campeggio si trova troppo lontano, e nessuno ha voglia di montare e smontare una tenda per una sola notte. Gli affittacamere sono al completo, e chi non lo è non accetta persone per meno di tre notti; siamo così costretti ad andare all'hotel Parigi, per la modica cifra di 40 euro a persona: la stanza è bruttarella, e ricorda molto lo stile di alberghi di Milano: spartani e cari.
Finalmente sistemate le nostre cose, iniziamo (e sono già le 21) a cercare un posto per cenare. La città è davvero carina, ed ha un lungomare molto lungo dove una romantica passeggiata è davvero d'obbligo! Tutti gli alberghi che si vedono lungo il cammino sono stati ricavati dalle abitazioni aristocratiche dell'impero Austro-Ungarico: a quei tempi, infatti, Opatija andava di moda e recarsi in questa cittadina voleva dire contare qualcosa nella società.
Sfortunatamente, il buio non permette foto panoramiche, ma non c'è niente da dire: abbiamo scelto un posto davvero bello per pernottare!

Veduta di Opatija