Esattamente come il giorno precedente, ci alziamo alle 7, ed arriviamo anche
un pelo prima all'ingresso dei laghi. Estendere il biglietto di ingresso di
un altro giorno è completamente gratuito, così non abbiamo bisogno
di barare, anche se, ancora una volta, in realtà passiamo dal retro dell'ingresso
senza che nessuno ci possa notare.
La nostra meta è il trenino, per andare a noleggiare le bici per mezza
giornata: ci aspetta una passeggiata che costeggierà gran parte del lago
Proćansko, per poi costeggiare i due fiumi che lo alimentano: il
Matica ed il Bijela.
La strada è un po' pianeggiante, ed un po' in salita, e completamente
deserta. Speriamo di vedere gli orsi, che la notte si spingono fino a pochi
metri dalla nostra abitazione, ma non siamo fortunati: i turisti li ricacciano
molto all'interno del parco, in questa stagione. Comunque, siamo ripagati da
un bellissimo paesaggio, all'ombra e nel silenzio dei suoni della natura. Troviamo
anche un albero di mele, così la Jenny ne approfitta per un breve spuntino,
mentre io fotografo uno dei pochi nibbi ancora rimasti nella zona.
Dopo poco più di un'ora giungiamo a destinazione, accompagnati sempre
dal fiume Bijela, e decidiamo di mangiarci qualcosina prima di ritornare indietro.
Appena tiriamo fuori dallo zaino dell'acqua e dei wafers, veniamo assaliti da
due vespe che proprio cercano di posarsi sul viso, sulle labbra, sulle gambe,
e non riusciamo assolutamente a liberarcene. Ci togliamo il casco in fretta,
la Jenny riesce a scappare con la bici, ed io parto in una danza che mira a
salvarmi dalla seconda puntura e a liberare la mia macchina fotografica improvvisamente
diventata fiore per l'insetto, che cerca continuamente di posarvicisi. Finalmente
scappo anche io, e, visto che circa duecento metri dopo ci capita la stessa
cosa, mangeremo solo molto più in là, a circa metà del
percorso del ritorno.
Ad un certo punto, passiamo attraverso un paesino dal nome Plitvički Ljeskovac:
ci sono una decina di case, tutte abbandonate, tutte con i vetri ed il tetto
distrutti, ed una costruzione ci colpisce in particolare: si tratta di una casa
a due piani, già intonacata al piano superiore e con della vernice bianca
nuovissima all'interno delle stanze; pendono già dal tetto i fili per
il collegamento delle lampade. Al piano di sotto, si sta ancora lavorando: manca
l'intonaco e l'interno deve ancora essere ultimato. Sulla parete principale,
a mano, c'è la scritta "HRVATSKA KUĆA" (casa croata),
che ci colpisce. Proseguiamo, e incontriamo un altro paese, e le stesse case
mezze demolite.
Il significato delle case abbandonate ci sembra chiaro, ma vorremmo capire il
dettaglio della cosa, e per questo chiediamo lumi a chi ci ha noleggiato la
bici. "La guerra", dice, "ma il passato è passato",
e taglia corto. Jure, invece, è un po' più chiaro e ci racconta
meglio le cose.
Plitvice, nella domenica di Pasqua del 1991, divenne tristemente famosa perché
venne ucciso un croato da parte delle milizie serbie. Nasceva così la
guerra civile nella Yugoslavia. Quella regione, la Kraijna, era croata ma a
forte maggioranza serba, e così le truppe, guidate da Slobodan Miloević,
invasero quella zona cercando di creare lo Stato autonomo della Kraijna appunto.
I serbi che viveano là vennero reclutati, trasferiti in Serbia e arruolati
nell'esercito, mentre i pochi croati che vi abitavano fecero una brutta fine.
Evidentemente qualcuno, che si stava facendo la casa, volle ricordare al nemico
che la sua era una abitazione croata e lo scrisse a caratteri cubitali, prima
di abbandonarla e non farvi più ritorno.
Le case sono rimaste vuote perché, anche dopo la morte di Franjo Tuđman,
ex presidente della Croazia e contrario al rientro dei serbi, e la nascita di
una legge che dovrebbe permettere ai serbi di riprendere possesso delle proprietà
abbandonate in Croazia, comunque ci sono moltissimi ostacoli che di fatto ne
impediscono l'attuazione. Plitvički Ljeskovac è così una cittadina
fantasma, triste e tangibile ricordo di una guerra recente che tutti vorrebbero
dimenticare presto.
Jure ci spiega tutto ciò mentre ci offre una bella grappa di un frutto
che non capiamo, che chiama scherzosamente "la Fanta bianca" perché
imbottigliata nella Fanta appunto, e che ci invita a bere. Conclude il discorso
esclamando: "così, la merda serba cresce, e le case croate rimangono
vuote".
Preso poi da entusiasmo per la propria bibita fatta in casa, si allontana per
un paio di minuti e ritorna con un ramo intero strappato dal ciliegio, in modo
che ci possiamo mangiare i frutti (ancora però acerbi) e capire meglio
l'origine di tale prelibata bevanda.
Oramai, anche l'ultima notte si avvicina. Ci salutiamo, ci scambiamo gli indirizzi
(i signori sono di Fiume, e quindi sorridono estasiati nel vedere che ho un
cognome istriano!) ed andiamo a dormire.
Domani ci aspetta un compito delicato: riuscire a tornare a Trieste usando questi
maledetti autobus!