21 agosto: Plitvička jezera (II)

Esattamente come il giorno precedente, ci alziamo alle 7, ed arriviamo anche un pelo prima all'ingresso dei laghi. Estendere il biglietto di ingresso di un altro giorno è completamente gratuito, così non abbiamo bisogno di barare, anche se, ancora una volta, in realtà passiamo dal retro dell'ingresso senza che nessuno ci possa notare.
La nostra meta è il trenino, per andare a noleggiare le bici per mezza giornata: ci aspetta una passeggiata che costeggierà gran parte del lago Prošćansko, per poi costeggiare i due fiumi che lo alimentano: il Matica ed il Bijela.
La strada è un po' pianeggiante, ed un po' in salita, e completamente deserta. Speriamo di vedere gli orsi, che la notte si spingono fino a pochi metri dalla nostra abitazione, ma non siamo fortunati: i turisti li ricacciano molto all'interno del parco, in questa stagione. Comunque, siamo ripagati da un bellissimo paesaggio, all'ombra e nel silenzio dei suoni della natura. Troviamo anche un albero di mele, così la Jenny ne approfitta per un breve spuntino, mentre io fotografo uno dei pochi nibbi ancora rimasti nella zona.
Dopo poco più di un'ora giungiamo a destinazione, accompagnati sempre dal fiume Bijela, e decidiamo di mangiarci qualcosina prima di ritornare indietro. Appena tiriamo fuori dallo zaino dell'acqua e dei wafers, veniamo assaliti da due vespe che proprio cercano di posarsi sul viso, sulle labbra, sulle gambe, e non riusciamo assolutamente a liberarcene. Ci togliamo il casco in fretta, la Jenny riesce a scappare con la bici, ed io parto in una danza che mira a salvarmi dalla seconda puntura e a liberare la mia macchina fotografica improvvisamente diventata fiore per l'insetto, che cerca continuamente di posarvicisi. Finalmente scappo anche io, e, visto che circa duecento metri dopo ci capita la stessa cosa, mangeremo solo molto più in là, a circa metà del percorso del ritorno.
Ad un certo punto, passiamo attraverso un paesino dal nome Plitvički Ljeskovac: ci sono una decina di case, tutte abbandonate, tutte con i vetri ed il tetto distrutti, ed una costruzione ci colpisce in particolare: si tratta di una casa a due piani, già intonacata al piano superiore e con della vernice bianca nuovissima all'interno delle stanze; pendono già dal tetto i fili per il collegamento delle lampade. Al piano di sotto, si sta ancora lavorando: manca l'intonaco e l'interno deve ancora essere ultimato. Sulla parete principale, a mano, c'è la scritta "HRVATSKA KUĆA" (casa croata), che ci colpisce. Proseguiamo, e incontriamo un altro paese, e le stesse case mezze demolite.
Il significato delle case abbandonate ci sembra chiaro, ma vorremmo capire il dettaglio della cosa, e per questo chiediamo lumi a chi ci ha noleggiato la bici. "La guerra", dice, "ma il passato è passato", e taglia corto. Jure, invece, è un po' più chiaro e ci racconta meglio le cose.
Plitvice, nella domenica di Pasqua del 1991, divenne tristemente famosa perché venne ucciso un croato da parte delle milizie serbie. Nasceva così la guerra civile nella Yugoslavia. Quella regione, la Kraijna, era croata ma a forte maggioranza serba, e così le truppe, guidate da Slobodan Milošević, invasero quella zona cercando di creare lo Stato autonomo della Kraijna appunto. I serbi che viveano là vennero reclutati, trasferiti in Serbia e arruolati nell'esercito, mentre i pochi croati che vi abitavano fecero una brutta fine. Evidentemente qualcuno, che si stava facendo la casa, volle ricordare al nemico che la sua era una abitazione croata e lo scrisse a caratteri cubitali, prima di abbandonarla e non farvi più ritorno.
Le case sono rimaste vuote perché, anche dopo la morte di Franjo Tuđman, ex presidente della Croazia e contrario al rientro dei serbi, e la nascita di una legge che dovrebbe permettere ai serbi di riprendere possesso delle proprietà abbandonate in Croazia, comunque ci sono moltissimi ostacoli che di fatto ne impediscono l'attuazione. Plitvički Ljeskovac è così una cittadina fantasma, triste e tangibile ricordo di una guerra recente che tutti vorrebbero dimenticare presto.
Jure ci spiega tutto ciò mentre ci offre una bella grappa di un frutto che non capiamo, che chiama scherzosamente "la Fanta bianca" perché imbottigliata nella Fanta appunto, e che ci invita a bere. Conclude il discorso esclamando: "così, la merda serba cresce, e le case croate rimangono vuote".
Preso poi da entusiasmo per la propria bibita fatta in casa, si allontana per un paio di minuti e ritorna con un ramo intero strappato dal ciliegio, in modo che ci possiamo mangiare i frutti (ancora però acerbi) e capire meglio l'origine di tale prelibata bevanda.
Oramai, anche l'ultima notte si avvicina. Ci salutiamo, ci scambiamo gli indirizzi (i signori sono di Fiume, e quindi sorridono estasiati nel vedere che ho un cognome istriano!) ed andiamo a dormire.
Domani ci aspetta un compito delicato: riuscire a tornare a Trieste usando questi maledetti autobus!

Cascate a Plitvice
Cascate a Plitvice
In bici attorno al lago Prošćansko
Cascate a Plitvice