Campeche

Verso le 12 abbiamo la corriera per Campeche, ma scopriamo che è completamente piena e che per noi non c'è posto. A nessuno era saltato in mente di prenotare prima, così bisogna aspettare almeno due ore e ne approfitto per andare in bagno dato che ormai lo squaraus è ai massimi livelli. Proprio nel momento topico, arriva Giuva che dalla porta mi dice "guarda che è arrivata un'altra corriera che era in ritardo, siamo ancora in tempo ma devi muoverti!" e così quasi esco con le brache calate e la carta igienica ancora in mano, ma in tempo per montare sul bus ADO fino ad Escarcega, una cittadina a metà strada dove dobbiamo fermarci per cambiare bus. Il tragitto è di circa due ore, ormai sono distrutto, e quando arriviamo quasi non riesco ad alzarmi per paura di "scaricare" tutto sul sedile. Riesco in qualche modo a raggiungere i bagni, mentre Giuva si occupa di chiedere informazioni sulla prossima corriera, e torno più rilassato ma stanco e stravolto, anche perché mancava la carta igienica ed avevo solo dei fazzolettini di carta, e sedersi sulla tazza poteva rivelarsi mortale, quindi mi devo cimentare in una "scarica acrobatica". La mia guida dice che trovare un posto in corriera partendo da Escarcega è davvero difficile perché è solo una stazione di passaggio, dove nessuno sale e scende, e il mezzo che ci serve è in effetti abbastanza pieno. Io mi metto in fila, e Giuva marpiona l'autista quando arriva in modo da cercare di avere due posti disponibili. Li manchiamo per una sola persona, ma per fortuna troviamo gente disponibile e, non si sa come, per magia i posti saltano fuori lo stesso e saliamo a bordo. Arriveremo la sera a Campeche, città di mare, a squaraus ormai terminato.
Il primo albergo in cui andiamo è pieno, per cui ci rifugiamo nella seconda scelta della guida, l'Hotel Campeche. Il posto è un vero disastro, le pareti sono tutte scrostate e di mille colori, tra cui il nero della muffa; mettere i piedi a terra sembra poco raccomandabile e il bagno è una vera e propria sauna. La ventola va poco, anche se (questa volta) provo tutte le tacche; la porta non ha la chiusura a chiave e dormiamo con la mia valigia addosso alla porta; Giuva nel muoversi non vede uno spigolo e si taglia, così intervengo a mo' di crocerossina con un po' di disinfettante e cerotto. Lo spettacolo che si gode dalla strada, però, è bellissimo. Le nuvole rosse del tramonto rendono la cittadina davvero suggestiva, ed è questa la ragione che spingeva i maya a fare dei sacrifici in onore degli dei: il cielo rosso faceva loro credere che le belle giornate fossero propiziate dal sangue che le loro divinità necessitavano per nutrirsi, sia umano che animale, e quindi preparavano della carne da immolare su degli altari di pietra, circondati dalle piramidi.
La sera facciamo un giro sul lungomare, ma la cittadina non offre praticamente nulla; chiediamo informazioni su come divertirci, e l'unica cosa che ci viene detta è una discoteca, vicina tra l'altro a dove siamo ubicati; decidiamo di andarci il giorno seguente. Nel frattempo, ci informiamo su come andare a Edzná, fino a quando ci danno l'indirizzo di una agenzia che quasi nessuno sembra conoscere ma che il giorno dopo riusciamo a trovare (solo dopo previo contatto telefonico). Le vie sono tutte dei numeri, per cui ad esempio le case si trovano all'indirizzo "x 21 y 42", che sembrano delle coordinate e che si leggono "Por 21 y 42", cioè "All'incrocio tra la 21 e la 42". Da là ci mandano di nuovo in piazza, di fronte alla cattedrale, dove troviamo Carlos, un ragazzo in gamba e davvero simpatico che organizza tours e fa anche da guida nei siti. Nessuno si unisce a noi, così partiamo per i fatti nostri con una Chevy, la versione americana della Opel Corsa; vediamo le piramidi, davvero bellissime, con il mitico Edificio de los 5 pisos, a dir poco fenomenale, e poi ci rechiamo su un forte dove c'è il museo della città. Molto bello, con reperti interessanti, anche se c'è un bimbo che decide di seguirci ovunque andiamo e ciò rende ad un certo punto quasi fastidioso spostarsi.
Quando torniamo alla base, Carlos ci propone di andiare con lui in discoteca; dato che conosce tutti, entreremmo gratis e ci farebbe conoscere delle ragazze; questo a patto che il giorno dopo non debba alzarsi presto per andare a portare della gente in giro.
Andiamo a vedere la città, che offre delle mura carine, un tribunale futuristico (sembra un UFO!), e un giardino botanico molto interessante, e ci diamo appuntamento in una piazzetta, dove organizzano la serata di "Luce e Suono", una rappresentazione della storia di Campeche, dell'invasione spagnola, dei Maya, con attori, luci, cannonate a salve, archi e frecce infuocate. Davvero suggestivo. Carlos arriva, puntuale come un orologio svizzero, ma solo per dirci che non può venire con noi perché la mattina seguente deve alzarsi alle 6 e non vuole rischiare di andare fuori strada. Capiamo, ci salutiamo e andiamo da soli in discoteca, ascoltando musiche tipiche messicane come Paulina Rubio, già ascoltata in un taxi poco tempo prima, o canzoni quali Papi papi, Papi chulo, che fanno davvero ridere e ballare, mentre schiviamo i poderosi culoni di qualche messicana davvero fuori taglia e semi invisibile a causa della bassezza.
È domenica mattina, il 5 agosto; i piani sono rispettati. Compriamo qualche cassetta di musica al mercato nero, tentiamo qualche intorto senza alcun successo, e andiamo in piazza per telefonare e avvertire Olivia e Yaramy del nostro imminente arrivo, previsto per le 13. In piazza, ci avvicina un signore che inizia a tempestarci di domande su quale albergo eravamo, quanto pagavamo eccetera perché, così dice, vorrebbe mettere su un albergo anche lui e gli servono dei dati. A noi sembra più che altro un tentativo di raggiro per poi in qualche modo fregarci i soldi, per cui rispondiamo vagamente e poi cerchiamo di tagliare senza farlo insospettire troppo, e tutto va bene. Mah, forse voleva davvero solo delle informazioni, ma meglio non rischiare.
La corriera ci aspetta, destinazione Mérida.