Monterrey

Arriviamo a Monterrey in aereo verso le 21, questa volta senza assordarci; cerco un ATM per prendere i soldi, dato che a Città del Messico i tre sportelli che provo mi negano tutti l'accesso, dicendomi addirittura che il mio conto corrente non esiste. Purtroppo, anche all'aeroporto ottengo lo stesso risultato, e così penso che la mia scheda si sia smagnetizzata. Non ho neppure una lira, e dipendere da Giovanni è un rischio perché mancano ancora molti giorni e non abbiamo tutto questo margine monetario su una sola persona.
Dopo tutto quello che è successo con la Patty, che ultimamente manco scrive o saluta o augura buon viaggio, decido di non andare da lei e di non vederla nonostante il parere contrario di Giuva e telefono alla Martha per farmi dire come arrivare a casa. Con mia grande sorpresa, lei non c'è, nonostante l'avessi avvertita prima della mia partenza, e suo padre cade totalmente dalle nuvole, non sapendo niente di noi né della via in questione. Dopo una mezz'oretta riusciamo a trovarla sul cellulare, e ci sentiamo dire che la casa è già occupata e che lei non sa come fare. Insomma, un altro bel pacco firmato Messico. Dell'albergo non abbiamo il numero, e poi neppure ci interessa averlo. Prendiamo l'agendina e, con una faccia di bronzo come pochi, telefono a Patty, trovando sua madre. Le spiego che sono a Monterrey e ci facciamo venire a prendere in macchina. Non siamo aspettati, forse neppure molto graditi, per essere entrati in casa senza preavviso, e la Patty ci accoglie con fare molto nervoso, quasi non parla e gioca con il cuscino del divano maltrattandolo. Il padre, che per lavoro alleva galli da combattimento - il loro chicchirichì ci terrà svegli per gran parte della prima notte - non conta nulla in quella casa a sfondo matriarcale, e la madre, andando avanti e indietro in maniera ritmica sulla sedia a dondolo e dominando la situazione, inizia a fare domande abbastanza generiche su di noi, per poi lanciarsi in una filippica su Internet e l'uso esagerato che se ne fa. Che situazione...
Finita la "chiacchierata", scopriamo che non c'è una stanza per noi. Io dormo letteralmente per terra, usando il cuscino del divano sotto la testa e tre coperte come materasso, e Giuva si accoccola sul divano stesso, tutto sfondato, scomodo e corto. Ci chiediamo se restare o no, ci chiediamo se tornare a Mérida o cercarci un albergo, ci chiediamo se ci aspettavano o se pensavano che anche noi, come i messicani, parlassimo e poi facessimo i tirapacchi e non ci presentassimo. Le due madonne ed i quattro cristi che ci circondano sembrano quasi compatirci, ma resistiamo e decidiamo di andare fino in fondo a questa storia.
Comunque, dopo aver un po' guardato la TV a pagamento americana DirecTV con tanto di scheda crackata ed aver finalmente potuto prelevare i soldi, cogliamo la palla al balzo e l'impreparazione della famiglia tutta, e quando ci chiedono cosa vogliamo andare a vedere, tiriamo fuori tutto quello di cui ci parlava la Patty e la Cynthia, sua sorella ed amica di Giovanni: il centro, la Macroplaza, la Cola de Caballo, las Grutas de Garcia. Incredibile, ma un po' comandiamo a casa loro, noi che sembravamo dei fantasmi spuntati dal cielo ed improvvisamente diventati carne ed ossa in una città del nord del Messico.
Così diciamo, così facciamo: vediamo il centro, vediamo la cascata "Cola de Caballo"; vediamo il planetario "Alfa", davvero carino perché mostra vari effetti ottici; andiamo in un antro, ovvero un discopub; vediamo un paio di musei; osserviamo dei panorami molto nordici, simili a quelli che si potrebbero trovare nel Texas o nel Montana, con monti alti, brulli, appuntiti, come la zona di Huaztecas, e con temperature davvero desertiche, 40 gradi almeno quel giorno (ma si raggiungono punte di 50), e una sera i genitori, ormai colpiti da noi, dal nostro modo di fare, direi quasi conquistati, ci portano di loro spontanea iniziativa a vedere la città dall'alto. Per la seconda volta, dopo lo scampato pericolo con Sari, io e Giovanni ci stringiamo la mano per aver saputo ottimamente sbrogliare anche questa matassa ed aver lasciato un'ottima impressione là dove, all'inizio almeno, c'era molta diffidenza. Figuratevi che alla nostra partenza non solo ci sentiamo dire "grazie per aver smosso un po' la nostra monotona vita", ma la madre si commuove pure e ci chiede di tornare presto, mentre io recupero anche un dolce e tenero bacio sulle labbra dalla Patty, che comunque è una ragazza non solo bella, ma anche simpatica e divertente.
Alla fine, però, la sera prima di andare via, dopo aver telefonato a Mérida per confermare il nostro arrivo, chiariamo la situazione a parole con la Patty. Otteniamo la conferma che pensavano che non saremmo venuti, perché i messicani parlano parlano e poi non fanno nulla e credevano che noi avremmo fatto uguale; e poi ci sono altre ragioni personali tra me e lei che non starò a spiegare ma che possono fungere da attenuante al modo di comportarsi di una persona con cui mi scrivo da 7 anni, e non da giustificativo.