Arriviamo all'aeroporto di Newark, che in realtà si
trova nello stato del New Jersey, verso le 16, con circa 1h30m di ritardo
rispetto al previsto, ma decidiamo comunque di vedere, anche se molto di corsa,
la città. I nostri obiettivi principali sono la Statua della Libertà,
le Torri Gemelle, il Ponte di Brooklyn e l'Empire State Building.
Naturalmente, prima di uscire dall'aeroporto ci sono le "interviste"
da parte degli organi federali americani: chi sei, quanti soldi hai, perché
sei negli USA, dove vai Una palla.
All'uscita parliamo con un'addetta nella stazione del bus in modo da poter
prendere il mezzo più appropriato all'uopo, ma, smarronatissima, ci
dice che c'è solo la corsa diretta fino in centro, e dunque ci adeguiamo.
Paghiamo il salasso di US$ 11 e la nostra prima fermata sono le Torri Gemelle,
davvero gigantesche.
Ci rechiamo poi al Ponte di Brooklyn, che è nelle vicinanze, ma tutto
quello che vediamo suona di già visto: è proprio come nei film
americani, non c'è nulla di nuovo, di interessante. Giusto, si può
dire "C'ero", e nient'altro, all'ombra di 61 gradi (Fahrenheit!).
Da lì, prendiamo una "scorciatoia" per andare a vedere l'Empire
State Building, e finiamo proprio in mezzo a Chinatown. E' un quartiere enorme,
dove la gente parla quasi esclusivamente in cinese, e sembra davvero di trovarsi
in un altro paese: in questa zona di NYC non c'è nulla di americano:
né giornali, né persone, né scritte.
A causa dell'enorme distanza che ci separa dall'Empire, decidiamo di prendere
un bus, ma questo si rivela un'impresa eroica: i conducenti non accettano
le volgari banconote, ma solo i "quarters", i quarti di dollaro,
che quindi bisogna andare a cambiare. I due piccoli problemi sono farsi capire
a Chinatown e farsi cambiare il denaro, cosa che nessuno sembra disposto a
fare.
Dopo circa 20 minuti e quattro negozi diversi, otteniamo il nostro dollaro
e mezzo in monetine e prendiamo questo agognato bus che sembra non arrivare
mai. Nel frattempo, anche l'orologio continua la propria marcia inesorabile,
e ci rendiamo conto che inizia ad essere un po' tardi. Ma non importa, stoici
rimaniamo nel bus, fino ad arrivare, ormai oltre il tramonto, all'Empire.
Belle, le scritte! Bello, l'edificio! Bella, la porta! Facciamo per entrare,
e traac! La porta non si apre.
Ci coglie un pelo di sconforto, ma poi chiedo a due (belle) ragazze newyorkesi
se per caso c'è un'altra entrata. Quasi non vengo considerato di striscio,
ma poi si convincono a rispondermi e ci mandano sul retro, dove in effetti
si riesce ad entrare. La fila è immensa, e ci preoccupiamo sempre di
più per l'ora: siamo a circa 1h30m di distanza dall'aeroporto, il deposito
bagagli chiude alle 21 e sono già le 19.15.
Prendiamo finalmente l'ascensore, che ci porta (per US$ 7) fino all'82°
piano. Usciamo, credendo di trovarci già in cima, ed invece c'è
un'altra fila ed un altro ascensore che copre i rimanenti 6 piani accessibili
al pubblico. E' davvero supertardi, facciamo il giro dell'Empire stile Mennea,
dribblando turisti vari, e mi lancio in un disperato tentativo - che scoprirò
poi riuscito alla perfezione - di immortalare NYC dall'alto con la macchina
fotografica in posa B.
La discesa è da record lanciato: sono già le 19.30, e siamo
ancora in cima. Ci muoviamo quindi "all'italiana", ovvero saltiamo
a pié pari le persone che aspettano religiosamente il loro turno per
entrare nell'ascensore. Tentiamo anche qualche scorciatoia, qualche senso
vietato, qualche "taglio alla chicane in staccata", ma la polizia
ci ferma, le guardie ci fanno storie, la gente ci guarda male.
Guadagnamo però quella cinquantina di persone, e appena scesi, ci fiondiamo
su un taxi, unica nostra speranza. Il nostro tassista parte a manetta, e salutiamo,
da 20 km di distanza, la Statua della Libertà che visiteremo un'altra
volta: riusciamo però ad arrivare in tempo, prendiamo le valigie e
ci dirigiamo al check-in americano, dove ripetiamo la stessa solfa di Malpensa:
ormai la valigia, con tutti 'sti adesivi, è un albero di Natale!