4 AGOSTO - HAMMAMET:L'INCUBO SOUQ

“Ora o mai più!”, mi dico verso le 17, quando, dopo un’altra giornata di sole e mare, mi preparo per la sfida con i tenaci commercianti tunisini. Il cielo è scurissimo, e forse, per paura che la pioggia rovini gli affari, avrò vita più facile; o forse, più semplicemente, mi bagnerò tutto! Questo penso, mentre, su e giù per rue Dag Hammarskjöld (che prende nome dallo svedese Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjöld, segretario generale dell’ONU e  premio nobel per la pace), cerco di beccare un taxi libero. Passeranno almeno 20 minuti prima di poter salire su una Fiat guidata da un tizio che avrà i suoi buoni 40 anni. Partiamo, e percorsi circa 50 metri, l’autista vede una ragazza carina, apparentemente russa, al marciapiede. Dicendomi “Superbe! Superbe!”, accosta e le chiede se vuole salire. Lei accetta, partiamo e l’autista guarda spesso nello specchietto, rivolgendomi chiare occhiate come a dire “Ammazza quanto è bella questa qua!”. La presunta russa parla arabo senza problemi, e la lunga conversazione tra i due termina solo quando la ragazza scende (fortunatamente, senza quasi alterare il mio percorso originale). A quel punto, esaltatissimo, l’uomo riparte e mi dice “Beautiful, beautiful to fuck!”, disegna un rombo con l’indice ed il pollice delle due mani e lecca nel mezzo… è davvero arrapato, questo tunisino!
Siamo arrivati, e scendo con l’idea che non troverò molto. Entro nella medina per cercare un portacandele berbero adocchiato il giorno prima da qualche parte. Mi butto nel primo souq, dove non c’è nulla, ma ho già tre venditori che mi attorniano chiedendomi in italiano che cosa sto cercando. Vengo così mandato nel souq accanto, che avevo scartato ma che in realtà è di due piani. Scendo di sotto, ed in effetti vedo una bella lampada. Gli chiedo quanto costa, e la prima cifra è €30: è berbera, fatta a mano, preziosa… Sarà, ma a me pare una cifra pazzesca e mi sembra anche inutile iniziare a contrattare perché dovrei partire da valori negativi per riuscire a convergere sulla cifra che trovo equa. Il tizio, abilmente, prende il portacandele e lo mette via, dicendomi: “intanto questo l’hai preso, poi vediamo se trovi anche qualcos’altro!”. Altro di bello non c’è, quindi, guardando gli oggetti, mi dirigo con calma verso la scala. “No, mi dispiace”, gli dico, ma non faccio in tempo a fare uno scalino che l’uomo mi raggiunge e mi blocca i polsi, tirandomi a sé e dicendomi che possiamo contrattare. A quel punto dovrei liberarmi usando una tecnica di difesa personale appresa anni fa, ma mi sembra rischioso buttarla sullo scontro fisico, per cui inizio a contrattare cercando di uscirne bene. Il mio “5TD” iniziale, ossia la cifra che pochi minuti prima ritenevo addirittura quella definitiva, quasi lo scandalizza: “5TD vuol dire bancarotta! Troviamo un presso buono per te, buono per me”, mi dice, e passa da €30 a TD30. La contrattazione prosegue, sempre ovviamente con i miei polsi bloccati, fino a che strappo un 10TD che, data la situazione, mi sembra un risultato brillante. I miei polsi riacquistano la libertà, lui sorride, e poi saliamo per andare alla cassa. Appena pago, finiscono i sorrisi, il venditore mi consegna la merce e né mi ringrazia, né mi saluta.
Beh, una cosa l’ho comprata, ma che fatica! Sono tutto sudato ma anche gasato. Ad un certo punto trovo una scatolina per mia nipote, il cui primo prezzo è 27TD. Punto a dividere il valore per 3, anzi, facciamo 8TD, ma da dove diavolo devo partire per arrivare a 8TD? Inizio con 2TD, per ottenere in risposta 20; insisto sul 2, risponde 19; ancora 2, mi dice 18; 3, 15; 3, 14; chiaramente, potrei andare avanti di questo passo, andando anche sotto gli 8TD, ma passerebbe un’eternità (la contrattazione non è un puro botta e risposta), ed alla fine si tratta solo di una scatolina… così taglio corto, ed in breve tempo arriviamo a 4,13; 5,13; 6,13; 7,10; 8TD, come volevo.
Sono passate due ore, ho trovato due cose, direi anche le uniche due cose interessanti. Esco dalla medina, circondata anche all’esterno di souq, e vado in piazza per riposarmi. È troppo presto per abbassare la guardia, perché vengo subito circondato da tre bambini che, attaccatissimi al mio corpo, mi vogliono vendere dei gelsomini. “Non, merci”, gli dico più volte, ma questi insistono. Alzando un po’ la voce, li guardo e il mio “لا” (“là!”, ossia no) li mette in fuga e finalmente mi posso sedere su una panchina, spalle alla medina ed alla tomba di Craxi, a sorridere dei miei risultati.
È ora di tornare a casa, e risalgo su un altro taxi. Il conducente, che parla peggio di me (tanto da prendermi per francese!), mi chiede le mie impressioni sul tempo e su Hammamet. Gli racconto delle mie disavventure, e mentre parliamo passiamo a fianco della Fondazione Craxi, un edificio bianco ad un piano fondato nel 2000 dalla figlia del leader, ed al cui interno, stando all’autista, c’è un italiano ed un tunisino che ti illustrano, attraverso documenti cartacei ed elettronici, la vita di Craxi, il suo percorso politico e tutte le opere buone che ha fatto. Il tutto anche a nostre spese, visto che il nostro Ministero per i Beni Culturali gioca un ruolo attivo in tutto ciò! “Il a volé beaucoup”, aggiunge, “mais il a fait beaucoup pour la Tunisie”. Beh, non posso dargli torto né sul fatto che abbia rubato, né sul fatto che il turismo italiano in Tunisia sia aumentato grazie a Craxi. Scopro che la moglie ed i figli vivono per gran parte dell’anno ad Hammamet, dove hanno due case, una al mare, ed una in montagna, in una riserva di caccia. Proprio un bell’esilio, non c’è che dire!
Mi chiede cosa ho visto della Tunisia, e dopo avergli raccontato per sommi capi il mio percorso, chiedo io a lui se conosce l’Italia: “Oui, Oui, Milano, Napoli, Roma…” mi dice. Però! Ma ha visto tutti questi posti? Poi però soggiunge: “Oui, RAIUNO, RAIDUE…”. Eh già, è quasi sempre l’Italia televisiva dei telegiornali quella nota ai tunisini!
Siamo arrivati; la chiacchierata è piaciuta al tassista, che così mi fa lo sconto del 10% sulla tariffa indicata dal tassametro e, sorridendo, mi saluta.