31.07: PARTENZA!
Da bravi milanesi d’adozione, anche noi prendiamo ferie proprio
in coincidenza con il “grande esodo”. Non siamo molto interessati alla cosa,
perché non andiamo in auto, non abbiamo autostrade da prendere, quindi niente
pedaggi, niente code… niente code?! Arriviamo all’aeroporto di Malpensa e
là troviamo una bolgia umana pazzesca: per fare il check-in ci vuole un sacco
di tempo, e quando ci avviciniamo alla sala imbarchi, un vero e proprio muro
di persone ci impedisce persino di vedere l’ingresso!
Riusciamo finalmente ad imbarcarci sull’aereo della MALÉV (Magyar
Légiközlekedési Vállalat), la compagnia ungherese che ci
porterà prima a Budapest, e poi ad Istanbul (che si pronuncia Istánbul).
L’aereo è ottimo, e tutto è perfetto, a parte il fatto che, sia al check-in
di Milano, sia a quello di Istanbul, non riescono a darci le carte d’imbarco
per i voli per e da Budapest; così, ogni volta, dobbiamo fare una trafila
in più che comunque non porta via troppo tempo.
Arrivati all’aeroporto di Istanbul, ci rechiamo alla dogana, dove, uno ad
uno, un poliziotto controlla molto attentamente il passaporto e, con una webcam,
scatta una foto al turista di turno. Finalmente tocca a me, e dopo un’ampia
ravanata avanti e indietro sul mio passaporto, il controllore mi chiede quasi
stupito: “No visa?”.
Non avevo assolutamente visto che, prima di questo stop forzato, c’era uno
sportello dove acquistare, per 10 euro, una specie di francobollo quale tassa
d’ingresso. Torno così indietro e mi faccio due file, mentre la Jenny, che
ha il passaporto svedese, non solo non paga il bollo di rinnovo annuo, ma
neppure la tassa d’ingresso! Questo perché moltissimi turchi vivono a Stoccolma,
e così i due governi si scambiano reciproci favori.
Finalmente siamo su suolo turco, liberi dalla burocrazia! In base alla giuda,
ci dirigiamo alla ricerca di un minibus che ci condurrà a Taksim, la piazza
principale ubicata a Beyoğlu, il quartiere moderno di İstanbul 1
.
Una specie di mini scuolabus bianco, vuoto, sembra essere proprio quello che
cerchiamo. In effetti, va a Taksim, e così il conducente apre il bagaglio
posteriore, mette dentro le valigie mie e della Jenny e se ne va. Dopo un
po’, arriva una corriera grande e moderna, e così dobbiamo riprenderci le
valigie e trasferirci sul nuovo mezzo.
Il traffico è abbastanza consistente; superiamo il ponte di Galata ed arriviamo
a destinazione; da là, dobbiamo cercare un bus chiamato T4 che ci porterà
molto vicino al nostro ostello, “Orient Hostel”, ubicato nel centro storico
della città, a Sultanahmet, vicinissimo alle moschee ed al palazzo del sultano.
In quella piazza ci saranno cinquanta bus, tutti con colori diversi, tutti
parcheggiati più o meno a caso e quindi senza il proprio relativo cartello
con orari e destinazione. Cerchiamo di chiedere una mano a qualcuno, ma chi
parla il turco? Finalmente, a gesti, un signore ci riesce ad indicare il giusto
mezzo, e nel giro di mezz’ora ci troviamo tra la moschea blu e quella di Santa
Sofia.
Non è facile, in quel dedalo di vie, capire dove si trovi il nostro hotel.
Ci fermiamo spesso, quasi ad ogni incrocio, e puntualmente salta fuori qualche
commerciante a chiederci quelle che saranno, per tutta la vacanza, domande
incessanti e ripetitive, quasi un rito: “Where are you from?”; “Can I help
you?”. Si susseguono poi diversi tentativi di saluto in varie lingue, partendo
dall’inglese e spaziando verso l’italiano, lo spagnolo, e su su, fino a toccare
il danese. Finalmente arriviamo in prossimità della nostra agognata meta,
ma dinnanzi a noi si parano ancora due ristorantini; dal primo, salta fuori
un ragazzino che ci apre il menu in faccia e ci dice “Yes, please!”, mentre
nell’altro un signore ci rassicura con il suo inglese zoppicante: “We have
a menu special for you”.
La gimcana è finita, e, stanchi di questo bombardamento di richieste, finalmente
possiamo andarci a sdraiare a letto.
L’hotel è molto carino, e dal tetto, che funge da bar, si può ammirare il
Mar di Marmara e le due moschee: una visione molto romantica che chiude in
maniera perfetta la nostra prima giornata turca.
Sorridiamo, facendo i conti di quanto abbiamo speso in queste prime ore: la
bellezza di 26.000.000 di lire (turche)! Si tratta di circa 26000 delle vecchie
lire italiane, dato che un euro vale 1.876.000 lire. Tutti questi zeri mandano
un po’ in confusione, soprattutto quando si tratta di scegliere tra un milione
e dieci milioni di lire (i turchi lo sanno e ci marciano parecchio), e così
impariamo subito due parole: “bir” (1) ed “on” (10), che, scritte sulla carta
moneta, ci aiutano facilmente a differenziarle tra loro.
1Alcune
note sulla pronuncia della lingua turca: