09.08: FETHIYE
Al mattino presto ci rechiamo davanti all’agenzia, dove
un servis ci porterà all’otogar (la stazione dei bus). Ci chiedono di arrivare
un’ora prima della partenza, nonostante si tratti di percorrere al massimo
tre chilometri. Così facciamo; ovviamente, un po’ aspettiamo all’agenzia,
un po’ il conducente deve rispondere al cellulare mentre guida e dunque si
ferma, un po’ va piano, ma comunque arriviamo sempre con un anticipo spaventoso
ed abbiamo il tempo di studiarci un po’ la gigantesca stazione dei bus.
La nostra corriera è molto piccola, e più che
altro sembra un dolmuş (che, per inciso, in turco vuol dire “riempito”
perché gira sempre stracarico di persone), visto che il tachigrafo digitale
di cui è dotato non supera mai gli inebrianti 11 km/h; ad ogni persona che
vede, rallenta, suona, ed aspetta che si decida a salire (cosa che, peraltro,
non accade quasi mai). Finalmente, abbandonata la città e la primissima periferia,
ci lanciamo a 70 all’ora in direzione Fethiye, per la “strada corta” interna
(circa 4 ore di viaggio).
Durante tornanti che sembrano cavaturaccioli,
soste nel bel mezzo della campagna per far salire/scendere i passeggeri, ed
un bello sguardo sulla campagna turca dominata da fiori di patate e da girasoli,
ci viene offerto il solito türkçe çay e dell’acqua, che bevo volentieri; alla
sosta, scoprirò che la fonte è… un pozzo, di quelli ancora con la leva, come
ai tempi di “Alla conquista del West”!
Arrivati in stazione, ci preoccupiamo subito di comperare
il biglietto per la nostra futura destinazione. Proviamo le varie compagnie,
da “Metro” a “Kamil Koç” (“L’autobus perfetto”, che nome meraviglioso!), da
“Pamukkale” a “Nevtur”, e l’unica che ci sembra affidabile è la Pamukkale,
che scegliamo anche perché nessuno cerca di proporci, in contemporanea, un
posto in una pensione. Un dipendente della Metro, invece, vede la Jenny e
le chiede da dove venga; alla risposta “Sweden”, si lancia prontamente in:
“Che coincidenza! La mia ragazza è svedese ed ha una pensione qui vicino:
se vuoi, ti accompagnamo e vedrai che ti farà un ottimo sconto!”. Insomma,
se le inventano tutte pur di convincerti!
Senza squaraus, arriviamo alla pensione che ci
siamo prefissi, ossia l’Artemis Hotel. È davvero perfetto, perché è ubicato
in una zona molto tranquilla e protetta da un distaccamento della Jandarma,
la temibile polizia turca, ma quando chiediamo di una stanza sembrano esserci
dei problemi. Forse non c’è posto? Forse c’è? Mah… il proprietario scompare,
poi ricompare dopo poco, con un mazzo di chiavi in mano. Entriamo e vediamo
una stanza molto grande, dotata di aria condizionata, frigorifero, e seconda
stanza con bagno, doccia ed asciugacapelli. Torniamo nella camera, e vediamo
una terrazza che si affaccia sul mare; guardiamo in basso, e vediamo pure
una piscina! Per 10 euro a testa, ci sembra davvero un affare. Siamo al mare!
E non avremmo potuto trovare un posto migliore.
Subito prendiamo contatti con il figlio del capo,
un tipo assolutamente innocente che lotta con ogni parola di inglese che cerca
di pronunciare. Ne risulta un colloquio assolutamente kafkiano, dove rimanere
seri è una vera e propria impresa.
Cerchiamo di organizzare la classica “gita imperdibile”,
ossia la crociera delle 12 isole, che dura una giornata ed offre spettacolari
baie ove nuotare, trasportati da una barca a motore. Non capiamo mai se il
ragazzo ci segue o meno, ma alla fine deduciamo che ha telefonato per prenotare,
anche se non ci dà né ricevuta né eventuali contatti. Sappiamo solo che un
servis ci verrà a prendere il giorno dopo.
Gli chiedo poi come faccio a vedere le tombe dei
Lici, gli antichi abitanti di questa zona citati per la prima volta addirittura
nell’Iliade di Omero (Canto XII):
Certo acciocché primieri andiam tra' Licii
nelle calde battaglie, onde alcun d'essi
gridar s'intenda: Glorïosi e degni
son del comando i nostri re: squisita
è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino,
ma grande il core, e nella pugna i primi.
Lui quasi non sa nulla di questi reperti storici, ma per spiegarmi che in
città tutti sapranno dirmi dove andare, così reagisce:
“You are people”, dice, rivolto alla Jenny. Poi apre il nostro libro della
EDT dove c’è una foto delle tombe, la indica con il dito, mi guarda come
per interpretare il mio ruolo, e fa:
“Where this?”
Poi annuisce, soddisfatto, come a dire “facile, no?”.
Lo ringraziamo, ed andiamo in piscina a prenderci il sole ed a fare i nostri
meritati bagni. Ci vuole un po’ di riposo!
La sera, quando il caldo scema, andiamo a farci un giro al porto, e rimaniamo
assolutamente allibiti: ci saranno almeno un centinaio di barche, ed OGNUNA
salperà domani, come ogni giorno, del resto, per questa benedetta crociera
delle 12 isole! Come al solito, i turchi non sanno personalizzare l’offerta:
tutti quelli che ci fermano e ci spiegano con ardore il “loro” programma
sembrano l’uno la fotocopia dell’altro: si parte alle 10, si torna alle
18, il pranzo è incluso, si visiteranno le 12 isole nello stesso ordine
di tutti quanti. Il prezzo? Identico, naturalmente: 12.000.000 di lire turche.
Non appena invece chiediamo cose “complicate” (la barca è a vela o a motore?),
cade il precario castello di carte: non capiscono l’inglese, non sanno nessun
particolare relativo alla gita. Pazienza! Scopriremo tutto domani.
In città, l’antica Telmessos costruita nel 400 aC, si possono osservare
dei sarcofagi sparsi un po’ ovunque, ma nulla è particolarmente interessante,
a parte queste famose tombe licie.
Si trovano quasi in periferia, ed al tramonto lo spettacolo è bellissimo:
su una roccia sono incavate delle porte di accesso a dei templi fittizi,
con tanto di colonne e di timpano, all’interno dei quali vi è un pertugio
atto a contenere una tomba. La più bella di queste porte è quella di Aminta,
del 350 aC, che richiede almeno un centinaio di scalini e 4.000.000 di lire
turche per essere vista da vicino: una salita che si rivela poco interessante
solo dopo essere arrivati in cima!
Fa caldo, andiamo a mangiare, ed alla fine del buon pasto a base di pide
(la pizza turca davvero squisita e molto diversa dalla nostra) mi lancio
in una richiesta in turco, l’unica lingua che capiscano e che mi sto ormai
divertendo a masticchiare: “Bir soğuk elmaçay” (un tè freddo alla mela).
Il ragazzo che ci serve rimane un po’ stupito dalla richiesta (evidentemente,
il tè si prende solo caldo, ma viene versato in bellissimi bicchierini di
vetro che hanno il terribile vizio di ustionarmi le dita), ma alla fine
mi porta una tazzona da latte con una quantità galattica di tè freddo assolutamente
delizioso.
La Jenny mi porta all’albergo facendomi camminare per due chilometri praticamente
al buio; ho lo zaino con videocamera e macchina fotografica, e mi sento
assaltato da mille ladri ogni dieci secondi. In realtà, sto farneticando
perché la zona è davvero tranquilla e sicura, ma a volte mi sembra di essere
ancora nel quartiere Miraflores di Lima…
Andiamo a dormire, pronti per la crociera.
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