Siamo pronti per tuffarci nuovamente nella storia, e così,
di buonora, usciamo dall’albergo, prendiamo al volo un dolmuş (oramai
siamo così disinvolti da fermarlo per la strada!) e ci dirigiamo verso le
rovine. Per pagare, usiamo la tecnica dei turchi: do dei soldi a chi mi è
seduto davanti, dicendogli “iki, Efes” (due, Efeso), e questi fa passare il
mio denaro di mano in mano, fino all’autista; stessa cosa accade per il resto,
che, nello stesso modo, via via giunge a ritroso, ma integro, nel mio portafoglio.
Chiediamo all’autista di fermarci ad Efeso, ma ciò nonostante lui tira dritto
e superiamo il cartello dell’entrata a tutta velocità. Quando capiamo cosa
è successo, grido all’autista “burada! Burada!” (qui, qui!), l’unica parola
che serva a far fermare la corsa del dolmuş, ma è davvero troppo tardi;
a questo punto, allora, ci fanno arrivare fino alla Efeso moderna, scendere,
prendere un autobus al contrario, e finalmente siamo pronti per incamminarci
su un sentiero che porta all’ingresso delle rovine!
Efeso è sicuramente la città meglio conservata di tutta la Turchia. Dunque,
anche a detta di molti altri turisti, è meglio visitarla per ultima, altrimenti
Pergamo rischia (a torto, per la verità), di passare quasi inosservata.
Efeso ha una lunga storia, costellata di miti e leggende. Creata idealmente
da Androclo sul Monte Pion (ora il Panayır Dağı) ed arricchita
dal Tempio di Artemide, venne conquistata dai Persiani, poi da Alessandro
Magno, da Lisimaco, dalla Siria, dall’Egitto, da Antioco, da Eumene di Pergamo,
ed infine dai romani, sotto i quali la città divenne la fiorente capitale
dell’Asia Minore. La fortuna di Efeso è legata al commercio marittimo, fiorente
quando il mare lambiva le sue coste; con il tempo, però, il porto iniziò ad
insabbiarsi e, di conseguenza, anche Efeso perse quell’importanza che l’aveva
contraddistinta del corso dei secoli. Ora, il mare dista 16km da Efeso.
Ci sono moltissime cose da vedere: dalla via del porto al teatro; dall’agorà
alla via sacra. Comunque sia, due sono le cose che rimangono impresse: la
fantastica biblioteca di Celso ed il tempio di Adriano.
La biblioteca venne fatta costruire nel 114 dC dal console Tiberio Giulio
Aquila in onore del padre, Celso Polemeano, governatore romano dell’Asia Minore,
morto poco prima. È stupendamente conservata (e restaurata), grazie soprattutto
all’apporto dell’Istituto Archeologico Austriaco che purtroppo, però, si è
ben guardato dall’apporre i numerosi ed interessanti cartelli descrittivi
in una lingua che non fosse qualcosa di diverso dal tedesco.
Il Tempio di Adriano venne costruito quattro anni più tardi, nel 118, e dedicato
ad Adriano ed Artemide: è in stile corinzio ed ha dei rilievi veramente magnifici.
Mi raccomando: finito di visitare il sito, non perdetevi il museo di Efeso,
a Selçuk, dove si trovano bellissimi reperti trovati nelle Case a Terrazza,
abitazioni delle classi importanti dell’Impero Romano non più accessibili
al pubblico (vi abitava anche Sofocle)!
Durante i nostri giri, incontriamo per ben due volte i nostri amici coreani,
e ci diamo appuntamento alla sera, in stazione: loro andranno ad Ankara, noi
a İstanbul, per l’ultimo giorno di vacanza dedicato al pazzo shopping.
La visita dura quasi tutto il giorno ma, nonostante la lunga camminata, non
esitiamo a percorrere i 3 km che ci separano da Selçuk passeggiando nella
Sabri Yayla Caddesi, un viale chiamato così in onore del medico che per primo
vi fece saggiamente piantare una lunghissima fila di alberi nei primi anni
del ‘900. Lungo il percorso, sulla sinistra, si apre uno spiazzo ove è possibile
vedere i resti di quella che fu una delle sette meraviglie del mondo: il tempio
di Artemide.
Questo tempio venne distrutto forse da un lampo, forse da un certo Erostato,
nello stesso anno di nascita di Alessandro Magno, 21 anni prima che questi
vedesse ciò che restava e si proponesse di finanziarne la ricostruzione. La
proposta non venne accettata, e quello che si può ancora vedere è ben una,
e sottolineo una, colonna.
La sera, in un black-out che ci fa pure sbagliare strada, raggiungiamo a fatica
la stazione dei bus. Dei coreani nemmeno l’ombra: si sono persi all’hamam,
il bagno turco che volevano farsi? Sono stati presi in ostaggio da un venditore
di tappeti curdo, che qualche ora si era “gentilmente” prestato a controllare
le loro valigie? Non lo sappiamo.
Nel frattempo, anche noi abbiamo le nostre gatte da pelare: un signore con
la maglietta Pamukkale si avvicina a noi e ci chiede il biglietto. Dopo circa
un quarto d’ora, ce lo restituisce facendoci sobbalzare: avevamo due posti
(27 e 28) nella corriera Pamukkale e ci troviamo con altri due posti (11 e
12) nella corriera Lüks Yalova, mai sentita nominare in vita nostra.
Protesto vivamente, richiedendo sia la “mia” corriera, sia i posti che avevamo
appositamente prenotato, ma niente. Ottengo solo qualche promessa sulla numerazione
dei sedili, mentre non c’è niente da fare per la corriera: il bus della Pamukkale,
si giustifica, era “al completo” (ma allora a cosa serve prenotare?!) e dunque
addirittura non passava più da Selçuk (nessuno doveva scendere?!).
Arriva la corriera, che, a onor di cronaca, sembra messa bene, e ci piazziamo
ai nostri posti originari (27 e 28) dopo aver visto questo fantomatico uomo
Pamukkale conversare con l’autista con lo sguardo rivolto verso di noi, e
partiamo.
Ovviamente, alla fermata successiva arriva una famiglia di turchi, che reclama
i propri posti.
L’addetto della Lüks viene da me, comprova che non siamo seduti dove dovremmo
essere, e mi fa cenno di seguirlo, ma non mi muovo ed anzi, mi arrabbio. Racimolo
le poche parole di turco che ho imparato, gli dico “On bir ve on iki hayır.
Burada Pamukkale bileti. On bir ve on iki hayır” (“11
e 12 no. Qui biglietto Pamukkale. 11 e 12 no”). Lo ammetto, non è un
gran discorso, ma si fa quel che si può, e forse conta più il mio volto teso
che le mie parole. Fatto sta che, complice anche un vecchietto che interviene,
crediamo, a nostro favore, le cose si sistemano e riusciamo a rimanere dove
vogliamo. I turchi si spostano ai sedili 11 e 12 e si sorbiranno tutto un
film in lingua locale per delle ore.
Siamo partiti, ragazzi! Stiamo tornando nella città di partenza, ma questa
volta ci arriviamo in maniera più spettacolare: verso le 5.30 del mattino,
infatti, giungiamo a Yalova, da dove ci imbarchiamo per proseguire l’ultimo
tratto sul Mar di Marmara! C’è un vento gelido che ci sferza, ma è spettacolare
e romantico trovarsi là a quell’ora, mentre il sole fa capolino!
È l’alba, e scendiamo alla stazione asiatica di Harem; dopo una frugale colazione
consumata tra scaricatori di porto e gente stravaccata a dormire sulle panchine,
prendiamo un traghetto per Sultanahmet, risparmiandoci due ore di coda nel
traffico mattutino. È bello entrare nello stretto del Bosforo (Boğaziçi)
ed ammirare, da sinistra a destra, Santa Sofia, la Sultanahmet Camii ed il
Topkapı, fino ad arrivare al porto passando vicino alla Süleymaniye Camii:
con uno sguardo ripercorriamo tre giorni di visita, e ci emozioniamo.
Piove, purtroppo. Ci fermiamo nella zona di Eminönü, ad ammirare lo splendore
della stazione del mitico Orient Express, attivo sino al 1977; entriamo in
stazione, subito un signore ci grida: “Greece? Greece?”, perché sta per partire
il treno per la Grecia e, gentilmente, pensano che vogliamo salire. Proseguiamo
fino all’Orient Hostel, per depositare le valigie e poter proseguire scarichi
al mercato. La forte salita che separa Eminönü dalla moschea fa persino slittare
le ruote del tram, che crediamo ci abbandoni da un momento all’altro: ci va
bene, ma la corsa successiva sarà soppressa per eccesso d’acqua.