14.08: LE FANTASTICHE ROVINE DI EFESO

Siamo pronti per tuffarci nuovamente nella storia, e così, di buonora, usciamo dall’albergo, prendiamo al volo un dolmuş (oramai siamo così disinvolti da fermarlo per la strada!) e ci dirigiamo verso le rovine. Per pagare, usiamo la tecnica dei turchi: do dei soldi a chi mi è seduto davanti, dicendogli “iki, Efes” (due, Efeso), e questi fa passare il mio denaro di mano in mano, fino all’autista; stessa cosa accade per il resto, che, nello stesso modo, via via giunge a ritroso, ma integro, nel mio portafoglio. Chiediamo all’autista di fermarci ad Efeso, ma ciò nonostante lui tira dritto e superiamo il cartello dell’entrata a tutta velocità. Quando capiamo cosa è successo, grido all’autista “burada! Burada!” (qui, qui!), l’unica parola che serva a far fermare la corsa del dolmuş, ma è davvero troppo tardi; a questo punto, allora, ci fanno arrivare fino alla Efeso moderna, scendere, prendere un autobus al contrario, e finalmente siamo pronti per incamminarci su un sentiero che porta all’ingresso delle rovine!
Efeso è sicuramente la città meglio conservata di tutta la Turchia. Dunque, anche a detta di molti altri turisti, è meglio visitarla per ultima, altrimenti Pergamo rischia (a torto, per la verità), di passare quasi inosservata.
Efeso ha una lunga storia, costellata di miti e leggende. Creata idealmente da Androclo sul Monte Pion (ora il Panayır Dağı) ed arricchita dal Tempio di Artemide, venne conquistata dai Persiani, poi da Alessandro Magno, da Lisimaco, dalla Siria, dall’Egitto, da Antioco, da Eumene di Pergamo, ed infine dai romani, sotto i quali la città divenne la fiorente capitale dell’Asia Minore. La fortuna di Efeso è legata al commercio marittimo, fiorente quando il mare lambiva le sue coste; con il tempo, però, il porto iniziò ad insabbiarsi e, di conseguenza, anche Efeso perse quell’importanza che l’aveva contraddistinta del corso dei secoli. Ora, il mare dista 16km da Efeso.
Ci sono moltissime cose da vedere: dalla via del porto al teatro; dall’agorà alla via sacra. Comunque sia, due sono le cose che rimangono impresse: la fantastica biblioteca di Celso ed il tempio di Adriano.
La biblioteca venne fatta costruire nel 114 dC dal console Tiberio Giulio Aquila in onore del padre, Celso Polemeano, governatore romano dell’Asia Minore, morto poco prima. È stupendamente conservata (e restaurata), grazie soprattutto all’apporto dell’Istituto Archeologico Austriaco che purtroppo, però, si è ben guardato dall’apporre i numerosi ed interessanti cartelli descrittivi in una lingua che non fosse qualcosa di diverso dal tedesco.
Il Tempio di Adriano venne costruito quattro anni più tardi, nel 118, e dedicato ad Adriano ed Artemide: è in stile corinzio ed ha dei rilievi veramente magnifici.
Mi raccomando: finito di visitare il sito, non perdetevi il museo di Efeso, a Selçuk, dove si trovano bellissimi reperti trovati nelle Case a Terrazza, abitazioni delle classi importanti dell’Impero Romano non più accessibili al pubblico (vi abitava anche Sofocle)!
Durante i nostri giri, incontriamo per ben due volte i nostri amici coreani, e ci diamo appuntamento alla sera, in stazione: loro andranno ad Ankara, noi a İstanbul, per l’ultimo giorno di vacanza dedicato al pazzo shopping.
La visita dura quasi tutto il giorno ma, nonostante la lunga camminata, non esitiamo a percorrere i 3 km che ci separano da Selçuk passeggiando nella Sabri Yayla Caddesi, un viale chiamato così in onore del medico che per primo vi fece saggiamente piantare una lunghissima fila di alberi nei primi anni del ‘900. Lungo il percorso, sulla sinistra, si apre uno spiazzo ove è possibile vedere i resti di quella che fu una delle sette meraviglie del mondo: il tempio di Artemide.
Questo tempio venne distrutto forse da un lampo, forse da un certo Erostato, nello stesso anno di nascita di Alessandro Magno, 21 anni prima che questi vedesse ciò che restava e si proponesse di finanziarne la ricostruzione. La proposta non venne accettata, e quello che si può ancora vedere è ben una, e sottolineo una, colonna.
La sera, in un black-out che ci fa pure sbagliare strada, raggiungiamo a fatica la stazione dei bus. Dei coreani nemmeno l’ombra: si sono persi all’hamam, il bagno turco che volevano farsi? Sono stati presi in ostaggio da un venditore di tappeti curdo, che qualche ora si era “gentilmente” prestato a controllare le loro valigie? Non lo sappiamo.
Nel frattempo, anche noi abbiamo le nostre gatte da pelare: un signore con la maglietta Pamukkale si avvicina a noi e ci chiede il biglietto. Dopo circa un quarto d’ora, ce lo restituisce facendoci sobbalzare: avevamo due posti (27 e 28) nella corriera Pamukkale e ci troviamo con altri due posti (11 e 12) nella corriera Lüks Yalova, mai sentita nominare in vita nostra.
Protesto vivamente, richiedendo sia la “mia” corriera, sia i posti che avevamo appositamente prenotato, ma niente. Ottengo solo qualche promessa sulla numerazione dei sedili, mentre non c’è niente da fare per la corriera: il bus della Pamukkale, si giustifica, era “al completo” (ma allora a cosa serve prenotare?!) e dunque addirittura non passava più da Selçuk (nessuno doveva scendere?!).
Arriva la corriera, che, a onor di cronaca, sembra messa bene, e ci piazziamo ai nostri posti originari (27 e 28) dopo aver visto questo fantomatico uomo Pamukkale conversare con l’autista con lo sguardo rivolto verso di noi, e partiamo.
Ovviamente, alla fermata successiva arriva una famiglia di turchi, che reclama i propri posti.
L’addetto della Lüks viene da me, comprova che non siamo seduti dove dovremmo essere, e mi fa cenno di seguirlo, ma non mi muovo ed anzi, mi arrabbio. Racimolo le poche parole di turco che ho imparato, gli dico “On bir ve on iki hayır. Burada Pamukkale bileti. On bir ve on iki hayır” (“11 e 12 no. Qui biglietto Pamukkale. 11 e 12 no”). Lo ammetto, non è un gran discorso, ma si fa quel che si può, e forse conta più il mio volto teso che le mie parole. Fatto sta che, complice anche un vecchietto che interviene, crediamo, a nostro favore, le cose si sistemano e riusciamo a rimanere dove vogliamo. I turchi si spostano ai sedili 11 e 12 e si sorbiranno tutto un film in lingua locale per delle ore.
Siamo partiti, ragazzi! Stiamo tornando nella città di partenza, ma questa volta ci arriviamo in maniera più spettacolare: verso le 5.30 del mattino, infatti, giungiamo a Yalova, da dove ci imbarchiamo per proseguire l’ultimo tratto sul Mar di Marmara! C’è un vento gelido che ci sferza, ma è spettacolare e romantico trovarsi là a quell’ora, mentre il sole fa capolino!
È l’alba, e scendiamo alla stazione asiatica di Harem; dopo una frugale colazione consumata tra scaricatori di porto e gente stravaccata a dormire sulle panchine, prendiamo un traghetto per Sultanahmet, risparmiandoci due ore di coda nel traffico mattutino. È bello entrare nello stretto del Bosforo (Boğaziçi) ed ammirare, da sinistra a destra, Santa Sofia, la Sultanahmet Camii ed il Topkapı, fino ad arrivare al porto passando vicino alla Süleymaniye Camii: con uno sguardo ripercorriamo tre giorni di visita, e ci emozioniamo.
Piove, purtroppo. Ci fermiamo nella zona di Eminönü, ad ammirare lo splendore della stazione del mitico Orient Express, attivo sino al 1977; entriamo in stazione, subito un signore ci grida: “Greece? Greece?”, perché sta per partire il treno per la Grecia e, gentilmente, pensano che vogliamo salire. Proseguiamo fino all’Orient Hostel, per depositare le valigie e poter proseguire scarichi al mercato. La forte salita che separa Eminönü dalla moschea fa persino slittare le ruote del tram, che crediamo ci abbandoni da un momento all’altro: ci va bene, ma la corsa successiva sarà soppressa per eccesso d’acqua.