15.08: I MERCATINI DI İSTANBUL

Colazione, rapido sguardo alle Olimpiadi in Grecia trasmesse da Eurosport, e siamo pronti: io mi doto di un impermeabile trasparente in plastica, comprato in Croazia di fronte all’ingresso dei laghi di Plitivce, mentre la Jenny indossa uno sgargiante kappawey viola: il mercato ci aspetta!
Evidentemente, il mio look è davvero trendy, perché, prima di partire, una australiana mi chiede, tutta curiosa, dove avessi comprato tale indumento: eh beh, certe cose non si trovano neppure oltre Oceano!
È domenica, e dunque non possiamo fare nessun tipo di acquisto al Gran Bazaar. Non siamo molto dispiaciuti, perché in realtà i turchi vanno altrove a fare le compere, e noi li vogliamo imitare. Ci dirigiamo dunque al Mercato delle Spezie, alla ricerca di cose che avevamo già adocchiato all’andata. Troviamo le tipiche tazzine da tè turche ad un prezzo irrisorio, e quasi sconvolgiamo il venditore: gli diciamo “üç” (tre) e lui crede che vogliamo comprare tre tazzine, non tre scatole! Ci guarda due o tre volte, indicando “tre” con le dita per essere sicuro di aver capito bene!
Purtroppo piove a dirotto, e moltissimi negozietti interessanti stanno chiudendo i battenti per mancanza di gente e per non rovinare la merce, esposta tutta all’esterno (è tipico dei turchi fare questo: anche nei ristoranti, praticamente tutti i piatti sono in vetrina, visibili al pubblico). Non riusciamo dunque a comperare altre cose carine, e ci imbattiamo, alla fine, in due oggetti “cult”: valigie e pantaloni usati, che si trovano sempre, dovunque, comunque.
Mi azzardo ad entrare in un negozio, per chiedere di un pareo: dopo pochissimi minuti, mi rendo conto che la gamma dei colori proposta non è interessante, dunque saluto gentilmente e faccio per andare via… macché! Il venditore deve prima tirare fuori tutto il suo repertorio di pareo, non importa se ne vedo tre uguali di rossi, due di blu, e trenta di colori osceni; ogni volta che me ne mostra uno, abbassa il prezzo, ed è questo l’unico mezzo di paragone che sembra esistere. Infatti, dopo un bel po’ che continuavo a dire di no, cercando inutilmente di far capire al signore che i colori non mi piacevano, arriviamo alla soglia di prezzo minima, oltre la quale vengo praticamente sbattuto fuori dal negozio con “ok, goodbye”. Finalmente!
Alla fine ci perdiamo, in quel dedalo di vie, e troviamo un gentilissimo signore che ci riporta a Divan Yolu Caddesi, dove continuiamo il nostro shopping e dove troveremo altri oggetti molto carini, come piastrelle, e uova portafortuna; proprio in questo negozio, una ragazza spagnola mi vede e mi fa: “Guèr did iu bai de plàstic?” (Dove hai comprato la “plastica”?, intendendo l’impermeabile). Ammettiamolo, ammettiamolo: sono trendy!
Proseguiamo le nostre spese matte e disperate, ed osiamo ancora: entriamo in un negozio di ceramiche e la Jenny chiede un prezzo. Come risposta, ottiene una lunghissima spiegazione su com’è stato fatto un altro oggetto, lontano da quello richiesto, sul perché, sul percome, sul quando, sul dove, ma di prezzi nemmeno una parola. Insistendo sul lato economico, il signore ci fa: “ma siete qui per ascoltare oppure no?”. Passeranno dieci minuti prima di sentirsi sparare 80 euro per una ciotolina che ne varrà 15, e ci passa anche la voglia di tentare la sorte in altri negozi simili. Alfine, vicino alla nostra pensione, facciamo l’acquisto più bello: dei bellissimi cuscini turchi. Gli sconti, tanto reclamizzati dalle guide, compresa la nostra? Praticamente, manco a parlarne! Tiriamo giù sì e no 2000 lire su una spesa di 30000, ed il Perù con i suoi affaroni è un ricordo lontano…
Oramai la nostra vacanza volge al termine. Riprendiamo le nostre cose, e, dopo un’ultima romantica cena con tanto di İskender Kebap al bellissimo ristorante Doy Doy (vicino allo sfendone, con vista sul mar di Marmara e sulla Moschea Blu), andiamo all’aeroporto, questa volta senza seguire le indicazioni della guida, assolutamente non aggiornata: esiste un comodissimo servizio di metropolitana che ci porta all’aeroporto, e dunque prima prendiamo il tram da Sultanahmet fino a Yusufpaşa, poi (dopo una ripida scalinata e trecento metri di strada al buio: un sottopassaggio no, eh?) prendiamo la metropolitana che ci porta ad Havalaanı, parola utile da sapersi perché nessuno ti capisce se dici “airport”. Sono le 23.30, il nostro aereo della Malév parte alle 07.30. Siamo pronti per una lunga notte d’attesa.