I mezzi di trasporto, in Turchia, sono moderni, efficienti,
ben organizzati. O forse, meglio sarebbe scrivere “sembrano” moderni, efficienti,
ben organizzati. Il problema, in Turchia, è che tutto sembra, ma in
realtà spesso si tratta solo di un ottimo lavoro di facciata, e il nostro
viaggio, come potrete notare continuando a leggere il mio resoconto, mette
molte cose in evidenza.
Ad İstanbul ci sono qualcosa come 180 differenti compagnie di autobus
che ti possono portare in giro per il Paese, e dunque non è molto facile scegliere
quella migliore. All’ostello c’è una agenzia di viaggi, che ci propone la
Nevtur (consigliata dalla EDT); la partenza avverrà proprio dall’ostello,
con un servis (un minibus) che ci porterà alla stazione principale, a circa
10 km dalla città.
Ecco: per fare questi 10 km ci mettiamo circa un’ora! I servis, infatti, fanno
praticamente il giro di tutti gli alberghi, e quando sono belli pieni ti portano
a destinazione.
Mentre stiamo passando di hotel in hotel, suona varie volte il cellulare dell’autista,
che prima parla in maniera pacata, e poi, agitato, torna addirittura sui propri
passi! Dopo circa mezz’ora che stiamo girando, ci ritroviamo esattamente al
punto di partenza. Il tizio scende, cerca di chiamare da una cabina, ma non
ci riesce; risale, incrocia un collega, chiacchiera… alla fine, senza apparentemente
aver risolto nulla, si decide e ci porta in stazione: appena in tempo!
Saliamo finalmente sulla nostra corriera, e ci vengono assegnati due posti
senza che noi possiamo sceglierli; purtroppo si tratta proprio di quelli a
ridosso della porta centrale, che non danno scampo in caso di incidente. Molti
sedili sono vuoti, e ne approfittiamo per spostarci una fila indietro; una
giapponesina, evidentemente per nulla avvezza a “trasgredire gli ordini”,
tituba molto e ride quando le dico di spostarsi al nostro posto, ma alla fine,
tutta contenta di poter stare un po’ da sola, accetta e continua a guardarci
e a ridere, preoccupata, sino a quando partiamo. Questo nostro spostamento
scatena, nelle retrovie, una movimentazione generale, dove praticamente mezzo
bus cambia arbitrariamente posto senza più guardare i numeri assegnatigli,
ma quando arriviamo alla stazione successiva salgono dei turchi che chiedono
esplicitamente di sedersi dove previsto, e dove, ovviamente, c’è già qualcuno.
È il caos. Evidentemente i turchi non sono abituati a questo genere di “sommosse”,
per cui parte tutta una serie di buffissime procedure con cui cercano disperatamente
di ricostruire le posizioni originali e cazziare i diretti interessati. Ci
chiedono il biglietto almeno sei volte, guardandolo e riguardandolo come se
non lo avessero mai visto prima; spostano alcune persone, ma altre no; insomma,
alla fine decidono di riscrivere, sedile per sedile, le destinazioni di ciascuno
di noi, e la cosa finisce là. La giapponesina? Appena vede un po’ di maretta,
torna disciplinatamente al proprio posto originario. Che bravi questi asiatici!
Molto bello anche il rito nella corriera: prima ci versano sulle mani un po’
di acqua di rosa, in modo che ci possiamo profumare e disinfettare; poi, versano
tè e/o caffè accompagnandolo con un dolcetto, poi portano dell’acqua; infine,
accendono la TV e inseriscono una videocassetta di una serie di telefilm turca.
Un’altra cosa dove sembrano organizzati è la gestione delle soste. Si arriva
in questo parcheggio dove ci sono altre cento corriere, si va al bagno, si
prendono dieci minuti buoni di aria fresca; nel frattempo, un omino passa
con una pompa e, dandoci anche di sapone, lava il parabrezza della corriera.
Unico particolare: le due soste avvengono alle 01.30 ed alle 04.00, proprio
quando tutti quanti cercano disperatamente di dormire!
Alla fine, verso le 7 siamo in Cappadocia, e più precisamente a Nevşehir.
La corriera si ferma, ne arriva un’altra che ci affianca, e non succede nulla
per svariati minuti; poi, improvvisamente, l’autista grida “Göreme! Göreme!”,
indicando l’altra corriera che nel frattempo sta per partire! Tutti scattiamo
come centometristi, prendiamo armi e bagagli e ci trasferiamo sul nuovo mezzo
per percorrere gli ultimi dieci chilometri che ci separano dalla meta finale.
Nell’altra corriera rimarranno sì e no due persone…
Sembra fatta, ma non è così. Per poter andare in albergo, bisogna obbligatoriamente
recarsi ad una specie di agenzia, situata proprio alla stazione delle corriere,
e telefonare da là, per evitare di sentirsi dire “tutto pieno”. C’è una gara
all’ultimo secondo, dove 60 persone cercano di accaparrarsi l’unico telefono
disponibile; il tizio dell’agenzia si limita a chiedere chi vogliamo contattare
per poi fare il numero e passare la cornetta al turista di turno. Arriviamo
per quarti, e scelgo il primo della guida EDT, Kemal’s Guest House. C’è posto,
dobbiamo fare solo 300 metri di strada. Finalmente possiamo passare la mattinata
a dormire per recuperare le ore di sonno perse in corriera!
Verso mezzogiorno siamo di nuovo in piedi, pronti ad organizzare la giornata
odierna e quelle successive; io e la Jenny arriviamo anche a bisticciare,
ma alla fine decidiamo di comperare un tour organizzato nei dintorni della
Cappadocia, praticamente l’unico modo per vedere qualcosa in breve tempo senza
impazzire con orari e mezzi.
Finalmente, alle 14, ci incamminiamo per vedere una delle zone più spettacolari
della Cappadocia: il museo all’aperto di Göreme, a circa 1km dal centro della
cittadina. Si tratta di una serie di chiese e cappelle scavate interamente
nel tufo e nella roccia, dove vivevano prima gli Ittiti e poi i primi eremiti
cristiani, che vi si rifugiavano per sfuggire agli arabi. Tutta la zona, circa
10 milioni di anni fa, fu colpita da enormi colate laviche causate da tre
vulcani (Erciyes Dağı, Hasan Dağı, e Melendiz Dağı),
che poi si solidificarono lasciando coni di tufo e basalto, come in un immenso
paesaggio lunare; questo materiale, all’inizio duttile, proteggeva moltissimo
sia dal caldo torrido, sia dal freddo invernale, ed era facile crearvi delle
nicchie a mo’ di riparo; con il tempo, si solidificò, diventando roccia, dura
e resistente alle intemperie.
Ci incamminiamo allora, lungo la statale, che sale sempre più in alto. Fa
caldo, e noi saliamo, saliamo, saliamo… fino a capire che abbiamo superato
di gran lunga il museo!
Torniamo abbondantemente sui nostri passi e finalmente riusciamo a trovare
l’entrata, dopo aver, ovviamente, schivato qualche turco che parla l’italiano
e che ci propone un albergo economico, un ristorante buonissimo, dei tappeti,
e via di questo passo.
Una stradina asfaltata ci porta a vedere, una dopo l’altra, delle chiesette
con degli affreschi meravigliosi risalenti all’anno 1000. Alcuni hanno delle
rappresentazioni cristiane in cui riconosciamo gli episodi della vita di Gesù
(l’Ultima Cena, l’Adorazione, la Vergine Maria, Costantino, San Giorgio),
mentre altri sono iconografici (oggetti geometrici, fiori…); tra le più belle,
sicuramente merita la Elmalı Kilise (Chiesa della mela) e la stupefacente
Karanlık Kilise (Chiesa buia).
Lungo la roccia, molto spesso si vedono delle nicchie che servivano per attirare
i piccioni (la valle di Göreme è infatti nota anche come “Valle dei piccioni”)
con un duplice scopo: usare gli escrementi per concimare i campi, e sfruttarne
il grasso per creare un sottile strato bianco su cui la pittura si fissava
molto meglio rispetto alla presa diretta sulla roccia.
Torniamo all’albergo emozionati ma stanchissimi, ed alle nove siamo già a
letto, pensando già alla gita del giorno dopo.