06.08: CAPPADOCIA - PASSEGGIATE

No. Non poteva mancare. Infatti, anche quest’anno, puntuale, arriva lo squaraus. In forma lieve, questa volta, ma sempre squaraus. Per di più, doppio, perché anche la Jenny è deboluccia di stomaco, e quindi ci alterniamo in una strana danza, tra un bagno e l’altro. Abbandonato l’ormai inefficace Diarren, mi nutro di Imodium e dopo circa un’ora accade il miracolo: entrambi stiamo bene e possiamo continuare i nostri giri.
La tappa di oggi è una libera passeggiata nei dintorni. Meta principale è la chiesa Yusuf Koç, ad ovest di Göreme. Mentre ci avviciniamo, scortati dai soliti bimbi che ci chiedono un po’ di tutto, notiamo una signora uscire dalla propria casa ed avvicinarsi a noi: ci consegna le chiavi della bella chiesetta costruita nella roccia e ricca di affreschi, che andiamo a visitare inerpicandoci su una poco stabile scala in metallo. Purtroppo, il governo turco male ha conservato tali opere, ed infatti quasi sempre le immagini sacre sono deturpate da frasi, da nomi, da graffi incisi con la pietra, che dunque ha portato via per sempre parte della pittura.
Torniamo a restituire le chiavi alla signora, che ci invita a seguirla… et voilà!, ci ritroviamo in una stanza piena di tappeti dove incontriamo altri sei turisti.
Rimaniamo “incastrati” là per un’ora, mentre la signora ci offre un po’ di elmaçay (tè alla mela) che poi pagheremo, ci mostra i tappeti, e dei foulards molto carini (tant’è che ne compreremo uno). In quel gruppo c’è un ragazzo francese, che ci spiega il percorso di una passeggiata molto interessante. Usciamo tutti assieme, prendiamo un dolmuş (una specie di minibus urbano con fermata a richiesta: basta alzare la mano ovunque ci si trovi, ed il mezzo si ferma) con direzione Uçhisar, e lì salutiamo il gruppo. La passeggiata di 5km che si apre è davvero bellissima: si scende verso Göreme all’interno di un profondo canyon, dove non c’è nessuno e dove la fantasia della natura si è sbizzarrita nel dare alle rocce forme sempre diverse. Passiamo anche in mezzo ad un incendio non del tutto estinto, forse generato a causa dell’immenso caldo: il fumo e qualche fiamma che si sta spegnendo lungo i tronchi danno un’immagine drammatica ad un percorso che sembra portarci all’interno di una bolgia dantesca.
Sbuchiamo molto vicini alla chiesa vista in precedenza, e così ci dirigiamo alla Kadir Durmuş Kilisesi, apparentemente non distante ma imboscatissima. Dobbiamo superare colline e prati, dobbiamo salire e scendere scalini scavati nella roccia, e finalmente, stanchi per l’impresa, ci troviamo di fronte a tre splendide stanze scavate nella roccia e riccamente decorate, senza alcun turista di mezzo. La Jenny si siede, si riposa, e quando cerca di alzarsi la sua schiena rimane piegata a metà! Prova e riprova, la situazione non cambia, ed il mio amore, improvvisamente diventato come il gobbo di Nôtre Dame, arranca sulla via del ritorno (bella, larga, facile, ma non visibile all’andata!). Ad un certo punto, passo dopo passo, la schiena diventa sempre più dritta, ma ci vorranno due o tre giorni prima che la Jenny torni quella di sempre.
Nonostante queste condizioni fisiche, non ci fermiamo ed andiamo a noleggiare due bici per una breve escursione a Çavuşin, da dove partono altre passeggiate a piedi o a cavallo. Il giro è piacevole perché c’è il tempo di ammirare il magnifico paesaggio, e di fotografare con lo sguardo antichi retaggi di vera cultura turca: due donne siedono su un carrettino trainato da un cavallo; si fermano vicino ad un bar, e, senza scendere, chiedono da bere. Il garzone prende la merce, esce dal negozio, percorre una ventina di metri, e consegna il tutto; le donne pagano, il cavallo riparte.
In cima alla collina del paesino incontriamo, per la quarta volta in tre giorni, una ragazza italiana; scoppiamo a ridere, e scambiamo qualche chiacchiera. Quando si dice la coincidenza!
Purtroppo, il tempo corre e dobbiamo salutare questa meravigliosa zona della Turchia. Il tempo di fare le valigie, di salutare il simpatico Kemal: “Hoşça kalın!” (Sii felice!) ed ottenere in risposta “Güle güle!” (Ciao!), e via, la corriera della Kapadokya ci aspetta: destinazione Antalya.

Yusuf Koç