Alle 8.15, puntuale, arriva il minibus di fronte all’hotel. Salgo solo
io, perché la Jenny, ancora una volta, non se la sente e rimane a letto
a dormire. Durante il viaggio d’andata, di circa un’ora, la nostra guida,
che ama farsi chiamare “Mr. Bean”, inizia a spiegarci la storia della guerra
in Việt Nam secondo quello che lui definisce “la vera storia, e non
quelle stronzate che scrive la Lonely Planet o tutte le guide americane”.
Sembra ancora molto scosso dalla vicenda, che suppongo racconti ogni santo
giorno in quel minibus, e pieno d’astio nei confronti degli americani. Mr.
Bean ha anche ragione, perché lui, per gli americani, ci lavorava proprio,
dato che era arruolato nel corpo dei marines; e quando, nel 1973, se ne
andarono, lui fu costretto a subire l’avanzata del Nord, la morte della
sua ragazza in seguito ai bombardamenti nemici, e due anni di Campi di Riabilitazione;
poi, la “fuga” per un anno in California, l’abbandono, naturalmente, degli
studi di medico, ed infine la nuova professione di guida turistica che,
lui stesso confessa, odia profondamente. Fa sorridere quando, parlandoci
(io ero l’unico italiano, gli altri tutti inglesi ed australiani), ci dice
quasi orgoglioso: “I have spoken in english but now I’ll speak in american
and you will not [under]stand”, e poi smitraglia una serie di termini gergali
americani dell’epoca, come “booby traps” (carica esplosiva nascosta sottoterra,
pronta ad esplodere al contatto), “Victor Charlie” (i “Việt Cộng”),
“Alpha Bravo” (AmBush, “agguato”), “Delta Tango” (“Defensive Target”, obiettivo
da difendere se sotto attacco), “shell bombs” (bomba/proiettile con carico
esplosivo in testa); fa sorridere quando cita Giappone, Francia, Germania
e ci chiede “You know Japan? You know France?”; ci tiene a dirci che ha
studiato negli USA, che ha moltissimi amici americani, che capisce molto
bene quello che sta succedendo in America relativamente alla politica estera;
fa sorridere, sì, per il suo accento ed anche, se vogliamo, un po’ per la
sua ingenuità, ma il nostro è il sorriso amaro di chi si sente raccontare
storie tristi di vite spezzate o rovinate inutilmente a causa di una guerra
che ha massacrato un intero popolo anche ben oltre il 1975.
Proprio mentre sono preso da questi pensieri, arriviamo a destinazione e
subito, scendendo, mi vedo circondato da quattro bei polli che cerchiamo
tutti quanti di schivare in rapidità. Solita pausa (inutile) al negozietto
di turno, e poi, finalmente, arriviamo davvero alle grotte di Củ Chi,
usate dai Việt cộng per sottrarsi ai raid americani. Gli abitanti
della zona avevano scavato 250 km di tunnel su tre livelli diversi (a tre,
sei e nove metri di profondità) che collegavano tutti i paesi tra di loro,
ed includevano bocchette di aspirazione per l’aria ed un’uscita d’emergenza
verso il fiume. Riuscirono così a scampare al napalm, che anzi rafforzava
le loro grotte (la terra era argillosa, e con l’alta temperatura si convertiva
in ceramica) fino a quando un nuovo tipo di bomba, a scoppio ritardato,
non esplose proprio in mezzo ai tunnel, uccidendo 10.000 persone.
La zona ora è quasi solamente una distesa di vegetazione australiana, piantata
per sopperire alla morte delle piante locali in seguito allo spargimento
dell’agente orange, nella quale è molto saggio non addentrarsi per evitare
di saltare in aria; qui si vedono ancora molte delle piccolissime entrate
ai tunnel.
Dopo varie spiegazioni sulle infinite e micidiali trappole escogitate dai
việt cộng per bloccare l’avanzata nemica, e sulla loro abilità
nello sfruttare ogni cosa per sopravvivere (riuscivano a costruire sandali
a partire dagli pneumatici delle jeep americane), ci addentriamo anche noi
in uno di questi tunnel. L’ingresso è assolutamente spazioso (l’hanno aperto
apposta per i turisti), ma una volta dentro si cammina piegati in due, strisciando
da tutte le parti, e per di più non si vede assolutamente nulla, se non
quando, raramente, compaiono delle fioche luci di emergenza! Il percorso
che dobbiamo compiere si snoda su due livelli (-3 e –6slm) ed è alto 60cm
e lungo 70 metri, ma sono 70 metri da incubo! Molti escono alla prima possibilità,
dopo 30 metri, mentre l’australiano davanti a me, in pole position, procede
a tastoni. A un certo punto lo vedo calarsi in verticale, poi lo vedo risalire
in orizzontale, ed io sempre dietro sino a quando mi incastro in una strettoia:
lo zaino sbatte in alto, la videocamera striscia rumorosamente per terra,
la spalla urta la parete sinistra… mi devo mettere a quattro zampe e poi
sempre più sdraiato sino a che vedo la luce dell’uscita! Gli scalini mi
fanno soffrire perché mi accorgo che, a causa della mia quanto mai insolita
posizione, si è già formato acido lattico nelle gambe, che quasi non riesco
più a piegare.
Dopo questa incredibile esperienza, ci attende il pasto tipico dei việt
cộng, che consiste in manioca cruda e succo di manioca: uno schifo!
Superato l’odioso spazio (che davvero non solo non c’entra niente, ma, al
contrario, mi sembra quasi un’offesa per chi la guerra l’ha vissuta davvero)
che consente ai turisti di sparare con le armi del tempo, si avvicina l’uscita
ed il ritorno a Sài Gòn, questa volta in perfetto silenzio.
Ne approfitto per farmi una chiacchierata con un altro australiano, davvero
molto simpatico, anche se il suo accento, abbastanza ostico, mi obbliga
a chiedergli di ripetere le parole più di una volta. La sua famiglia, mi
dice, è molto colpita da Củ Chi perché l’Australia non ha mai avuto
guerre in casa, ed i soldati impiegati all’estero sono quasi sempre impiegati
in ruoli di peacekeeping: vedere un carro armato, per loro, è qualcosa di
assolutamente strano!
Lungo la strada, la corriera fa uno stop opzionale proprio di fronte al
museo della guerra, e quindi colgo l’occasione per saltar giù sotto una
pioggia abbastanza insistente. Si tratta di una visita assolutamente da
non perdere per capire, o quantomeno cercare di capire, quali atrocità sia
possibile commettere in guerra. Nel museo c’è di tutto: da documenti ufficiali,
a foto di città distrutte; da massacri di bimbi, a veri e propri feti malformati,
per esempio con due teste, conservati in vitro; da ragazzini con il labbro
leporino a disegni di guerra fatti da bimbi delle elementari.
Uscendo da quel museo, mi sono fatto prendere da una tristezza infinita,
che mi ha accompagnato lungo tutta la camminata sino all’hotel.
Lungo il percorso vengo ancora una volta fermato, prima da un ragazzo che
mi dice all’orecchio, in inglese, “lo so che ti piacciono le belle ragazzine”,
invitandomi, senza successo, a varcare una porta di un’abitazione privata,
e poi da un uomo completamente devastato in viso dal napalm, che, in silenzio,
mi tende la mano chiedendomi dei soldi. Non dimenticherò mai più quel volto
terribile, una foto vivente uscita dal museo degli orrori visitato pochi
minuti prima.
Manca poco per arrivare da Madame Cuc, ed allora mi fermo al mercato per
prendere un po’ di frutta: non mi faccio mancare un bel tranh long e un
po’ di chôm chôm, e provo anche a prendere due ổi, che però vendono
solo gli ambulanti (e che, in effetti, sono così duri che li butteremo via).
Pago anche capendo la cifra direttamente in vietnamita, dato che nel frattempo
mi sono cimentato nello studio di questa ostica lingua, imparando le cifre
dall’1 al 10 e, per la verità, pochissime altre cose (grazie, ciao, banana,
parco pubblico).
Questa volta, il mio amore non basta, e la Jenny, vedendomi, non guarisce
affatto! Anzi, la vedo sempre bagattata, senza alcun miglioramento. La cosa
inizia a preoccuparmi perché sono passati tre giorni e praticamente non
ha mai mangiato, se non una banana ogni tanto!
Dedico la serata ai regali (non abbiamo ancora comperato quasi nulla), e
così mi addentro nelle vie più moderne e commerciali di Sài Gòn, dai nomi
che evocano periodi storici antichi e molto prosperi per il Việt Nam,
o nomi di antiche città: Lê Lợi, Nguyễn Huế, Đồng
Khoi. Cenetta lussuosa al Lemon Grass, in pieno centro, e poi di nuovo in
hotel: domani è l’ultimo giorno, e ci resta la mattina libera prima di andare
all’aeroporto, questa volta con destinazione finale… Milano.
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