L’idea di oggi è quella di continuare a cercare un po’ di regali e poi
riposarci prima di andare in aeroporto, ma la Jenny non sta bene neanche
oggi e questo è troppo. Consulto la Lonely Planet alla ricerca di un medico
che non sia vietnamita, e trovo prima una fantomatica clinica che sembra
sparita nel nulla (il “12” locale mi fornisce un numero che risulta inesistente),
e poi un ospedale privato francese, il ”Centre Medical International” della
fonazione Alain Carpentier, che invece risponde al primo colpo e ci fissa
un appuntamento immediato. Andiamo quindi giusto dietro il Palazzo della
Riunificazione, una delle pochissime cose che la Jenny riesce ad intravedere
di questa città, e per soli $46, dopo un’accurata visita da cui viene escluso
che si tratti di qualcosa di grave, le viene prescritto un farmaco francese
contro la nausea.
Al ritorno, prendiamo un taxi giallo della “vinataxi”, alla cui guida c’è
un’autista che in inglese non capisce neppure i numeri! Signori, è giunta
l’ora di sfoggiare il mio vietnamita per scopi pratici, e così le snocciolo
un “một hai bảy” (1-2-7) per spiegarle quale sia il numero civico
della via in cui dobbiamo andare!
Anche questa è fatta, e mentre la Jenny si pippa le medicine in hotel, io
corro come un pazzo alla ricerca di qualcosa di interessante nel poco tempo
che è rimasto. Con mia grande delusione (ma, in realtà, lo avevo capito),
TUTTI i negozi in Việt Nam propongono sempre le solite cose: sputacchiere
in legno, piatti, bastoncini, ciotole, quadretti dipinti su listelle di
bambù, vestiti in seta bellissimi ma assolutamente non portabili in Italia
se non per Carnevale o qualche altra festa in maschera, assurdi quadri con
Hồ Chí Minh circondato da un’aureola, sullo sfondo una cascata, mentre
suona un carrillon con l’inno Vietnamita, ed altre amenità del genere. Mi
farò 100 negozi, sia nelle vie piccole, sia in Lê Lợi, sia nei negozietti
che nelle grandi catene locali, ma niente: persino le magliette sono tutte
uguali, sempre le stesse sei che girano, e più non dimandare. Alla fine
comprerò qualcosa lo stesso, ovviamente, ma che peccato non avere più scelta!
Alle 11.59, un minuto prima del check-out, sono di nuovo in hotel. Le valigie
sono pronte, scendiamo, paghiamo. Arriva il taxi e ciao ciao Sài Gòn, noi
andiamo a casa…
La Jenny sta molto meglio, perché il senso di nausea le è passato, ma dopo
un po’ si sente tutta nervosa, agitata… si gratta le mani, non riesce a
stare seduta, non riesce a concentrarsi su una cosa sola, è veramente irrequieta
e proprio non è da lei!
Non sappiamo di cosa si tratti, se una reazione allergica o qualcos’altro,
così telefoniamo al dottore; ci risponde la segretaria, che sembra capirci
qualcosa di medicina, e che, non rassicurandoci affatto, ci dice che un
sintomo del genere non si dovrebbe verificare. Questa fastidiosa e sconosciuta
sensazione si protrae per delle ore (6-8), senza che ci possiamo far niente,
e solo a casa capiremo che i farmaci contro la nausea inibiscono la dopamina,
sostanza senza la quale si hanno proprio questi fastidiosi effetti collaterali,
chiamati “sintomi extrapiramidali” o “parkinsoniani” (in quanto si ritiene
che il parkinson sia generato proprio dalla mancanza di dopamina) che ti
impediscono di stare fermo.
Il viaggio prosegue con attese abbastanza lunghe sia a Kuala Lumpur che
ad Amsterdam, ed alla fine arriviamo a Milano Malpensa alle 12.00. In questo
schifo di aeroporto ci mettono ben un’ora a consegnare i bagagli e, sorpresa
sorpresa, la mia valigia manca all’appello, così come quella di varie altre
persone. Tra queste c’è una vietnamita, con il suo inglese tutto particolare
che alla reception non riescono a capire e che a noi, invece, risulta chiarissimo!
Non mi resta altro da fare che sporgere denuncia e sperare in bene. Fortunatamente,
il giorno dopo la faccenda si risolverà positivamente e la mia valigia arriverà
in ufficio, integra.
Il viaggio è finito, i ricordi restano: ricordi di persone gentili, anche
se estremamente povere; ricordi di colori, di profumi, di sapori completamente
diversi dai nostri; ricordi di bimbi, tantissimi bimbi, di traffico, di
pagode; ricordi di immagini cinesi, giapponesi, vietnamite che si intrecciano
e si sciolgono senza fine; ricordi di cene romantiche al chiaro di luna,
di passeggiate mano nella mano sotto un cielo stellato come da tantissimo
tempo non vedevo; ricordi di musiche strumentali orientali, di voci, di
grida assordanti; ricordi di clacson; ricordi del Việt Nam.
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