Arriviamo alla stazione, in taxi, circa mezz’ora prima della partenza,
prevista per le 7.58. Alle 8, una voce annuncia qualcosa in vietnamita,
mandando in bestia varie persone. Non ci vuole molto a capire che, ma dai?!,
il treno, che viene da Hà Nội ed è diretto a Sài Gòn (41 ore di viaggio),
è in ritardo di circa un’ora. Trovo conferma da un tipo che non capisce
la mia domanda, ma che per tutta risposta prende una penna e scrive sul
palmo della mia mano il nuovo orario! Alle 8.50 viene annunciato un ulteriore
ritardo, ed infine partiremo alle 09.20. Non avendo trovato due posti vicini,
io finisco in una carrozza, con vista sui monti, e Jenny in un’altra, con
vista sul mare.
Il viaggio di circa 3 ore è piacevole, ed il panorama è molto bello anche
se dal mio posto vedo poco; il treno è zeppo di persone che chiacchierano
tranquille, ma con cui non riesco a scambiare nemmeno una parola, perché
nessuno conosce l’inglese. Ad un certo punto ci viene persino servito il
pranzo! Quando tolgo la stagnola dai piatti, però, rinuncio alla tenzone
facendo felice un signore che, così, ha la possibilità di mangiare il doppio.
Contento lui…
Alla stazione di Đà Nẵng ci sta aspettando il taxi, e qui c’è
un colpo di scena: l’autista ci dice che ci porterà prima all’hotel, poi
a Mỹ Sơn, poi di nuovo all’hotel. Sembra, insomma, che di tutto
il discorso fatto ieri per telefono non sia rimasto poi molto… A seguito
delle nostre rimostranze, mi passano qualcuno al cellulare (l’hotel? Mah…
si capisce ben poco), cerco di spiegare quello che vogliamo fare, ma niente,
niente! È come parlare con un muro. Prima parlo io, poi lei, poi l’autista…
passeranno venti minuti, senza che succeda nulla di concreto. Alla fine,
un po’ alterato perché stiamo buttando via un sacco di tempo che non abbiamo,
cediamo. Prima andiamo a Hội An, all’hotel Hải Yến (che
significa “salangana”), a sorpresa meraviglioso per i suoi $18 a notte,
con due piscine, dove veniamo pure accolti in maniera stupenda, e poi ripartiamo
alla volta di Mỹ Sơn. L’autista corre come un matto, e riusciamo
ad arrivare al sito giusti giusti per una visita decente: almeno due ore.
È bella già l’entrata al sito stesso, perché prima ti fai un po’ di strada
a piedi, poi trovi una guardia che ti indica dove prendere il mezzo che
ti porterà all’entrata (“Dé gì i o dè”, dice con la classica pronuncia anglovietnamita,
ossia: “The je[ep] i[s] o[ver] the[re]”). La jeep è quella americana, o
forse russa, non sappiamo: ha sia delle scritte in inglese, sia in cirillico;
fatto sta che è proprio una di quelle usate nella guerra in Việt Nam!
Tenendoci dove possiamo, senza porte, senza niente, partiamo sparati per
2km, sino ad arrivare all’ingresso. Da là in poi, si prosegue nuovamente
a piedi.
Mỹ Sơn è uno dei baluardi della cultura cham, ovvero del regno
del Champa, che fiorì tra il II ed il XV secolo al centro del Việt
Nam. I cham ebbero notevoli scambi commerciali con l’Indonesia e soprattutto
con l’India, tant’è che la loro lingua era il sanscrito, così come le scritte
trovate sui loro monumenti, e la loro religione l’induismo. La vita dei
Cham non fu facile, in quanto, non avendo molte terre da coltivare all’interno
del Paese, più che altro di dilettavano di pirateria, finendo sempre in
guerra ora con i khmer, ora con i Vietnamiti. Nel 1472, Lê Thánh Tổng
invase il loro regno, catturò la capitale, Indrapura, e massacrò tutti.
Il sito è meraviglioso, anche se purtroppo non è rimasto molto: durante
l’offensiva del Tết, nel 1968, gli americani bombardarono proprio
Mỹ Sơn, trucidando moltissime donne e bambini che si erano rifugiati
qui per scappare dai massacri avvenuti in paese; le bombe spazzarono via,
in questo modo, sia vite umane, sia ciò che restava dell’antica cultura
dei Cham.
I gruppi denominati A ed A’ testimoniano bene il disastro compiuto dalle
bombe, mentre per fortuna si può ancora vedere qualche bellissimo esempio
nei gruppi B, C e D. Gli archeologi italiani, con l’aiuto del Politecnico
di Milano, stanno ancora scavando il terreno alla ricerca di nuovi reperti,
stanno ristrutturando costruzioni pericolanti e non visitabili, come il
sito G, cercando di non perdere definitivamente altri siti che al momento,
per mancanza di fondi, stanno in piedi per miracolo. Non perdetevi Mỹ
Sơn, patrimonio UNESCO!
Torniamo all’hotel in mezzo ad una strage di studenti in bici, che non si
spostano nemmeno se li paghi oro, e ci rilassiamo con un bel tuffo in piscina.
Questa sì che è vita!
La sera, andiamo a mangiare all’ottimo Miss Lý in Nguyễn Huế;
poi, un po’ di shopping: per 90.000 đồng, un cd di musica tradizionale
Vietnamita ed uno di musica pop (con tanto di VCD con quattro video), e
per ben 30.000 đồng un dizionario vietnamita-inglese (ossia,
un “Từ điển Việt-Anh”), in modo da poter cercare
di tradurre le parole che leggiamo sulle insegne; infine, altra nuotatina
e via, a nanna: anche domani ci sveglieremo presto, per andare a vedere
la città prima di dirigerci all’aeroporto, questa volta con destinazione
mare, vacanza e dolce far niente in quel di Nha Trang.
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